CAPITOLO 1 - MEMORIE DEL PRESENTE
I. LONDRA E LIBERTA'
Londra sembrava impazzita.
Era il caldo, la poca abitudine al caldo, che quell'estate imperversava eccezionalmente sotto un cielo chiarissimo. Nessuno, nemmeno in quel periodo, aveva mai vissuto un innalzamento tanto repentino della temperatura; era strano vedere i Londinesi vestiti in maniche corte e pantaloncini, canottiere e gonne leggere. Forse l'abitudine al trench e al "prince of Wales" aveva reso gli Inglesi incapaci di vedersi coperti di fiori e tenute hawaiane.
E sinceramente erano davvero penosi.
No, io avevo resistito; può darsi che il sangue del freddo nord che mi scorreva nelle vene mitigasse la calda temperatura, ma vestivo ancora con pantaloni lunghi. Mi ero concesso delle camicie bianche, anche a maniche corte, ma faticavo davvero ad indossarle. Quasi le odiavo.
La sera riuscivo anche ad infilarmi una giacca scura, quasi sempre nera. Quella non ero riuscito a lasciarla, anche se la moda da Hogwarts era cambiata. Non più lunga fino alle ginocchia, ma solo fino a metà coscia; non più una fila interminabile di micro-bottoni, ma abbottonata solo sul petto, o meglio ancora con una zip quasi invisibile.
Passeggiavo, passeggiavo tantissimo.
Non m'ero mai accorto che Londra fosse così interessante, così piena di luoghi da scoprire. Il divertimento non era mai stato il mio forte, ma stavo imparando a controllare il mio caratterino scontroso e sarcastico e stavo in mezzo alla gente molto più volentieri. Mi era costato fatica e impegno ed anche notti insonni, però stavo vivendo.
La mattina non mi svegliavo più al sorgere del sole, ma quando mi alzavo il sole era già spuntato da un bel po'; colazione, e poi un'uscita mattutina. Comprare il pane, passeggiare nel parco, andare anche fino a King's Cross.. Mi rilassava e mi sentivo una persona oserei dire normale. Ormai la magia l'avevo abbandonata del tutto. Era buono l'odore dello zolfo che scintillava da un cerino, o usare il gas per cucinare. D'accordo, all'inizio era un disastro, ma sono diventato un cuoco provetto, anche grazie alle librerie fornite di libri di gastronomia.
Ecco, le librerie sono state i primi luoghi in cui entravo quasi senza problemi. All'inizio la gente mi guardava storto, forse per il mio aspetto, che adesso è cambiato. Se prima avevo una carnagione smunta e i capelli unti e appiccicosi, avevo imparato ad avere cura di me stesso. Mangiavo di più e la carnagione aveva preso una sfumatura rosata, gli occhi erano lucidi ed attenti e le labbra erano divenute tumide e scure.
Era bastato uno shampoo e un balsamo per avere dei capelli lucidi e morbidi e profumati.
Non mi ero mai guardato allo specchio, ma adesso stavo sicuramente meglio. Non mi era mai importato del mio aspetto, né di quello degli altri, ma stare meglio con me voleva dire stare meglio con gli altri.
Vivevo in centro, poco distante da un pub nuovissimo, in stile irlandese. Legno, whisky e birra.
La sera uscivo e andavo là, per bere un goccio e guardare la gente che entrava ed usciva. Una varietà di persone si affollava al bancone: inglesi, irlandesi, italiani.. Di nazionalità diversa, di lingua diversa, di aspetto incredibilmente diverso.. Le teste rosse irlandesi erano in maggioranza, poi c'erano gl'inglesi, che indossavano spesso la spilletta delle "Rose d'Inghilterra", e poi gl'italiani, che bevevano birra e ridevano e parlavano, inventavano anche le parole, pur di comunicare qualcosa a qualcuno.
Ed io me ne stavo in un angolo della sala, s'un tavolino solitario, a bere il mio bicchiere mezzo pieno di whisky di malto purissimo. Sorridevo e pensavo delle cose stupide ed inutili: "Guarda che scarpe.. quello ride come uno scemo.. che colore di capelli!". La sala invasa dal fumo era calda, e quasi non si respirava.
Uscivo, ed appena fuori prendevo una boccata d'aria, tutta in bocca e l'espiravo dalle narici, frementi come quelle di un cavallo andaluso appena finita la corsa.
Era bella la libertà, era bello vivere così, senza costrizioni, piacermi per quello che ero ed essere a contatto con la gente.
Era bello vivere.
II. MAGDALEN, NON PIU' MAGDALEN
Speravo che la mia vita non sarebbe più cambiata, o almeno non in peggio.
Avevo amato una sola donna, dolcissima, così diversa da me, eppure era riuscita a conquistarmi con un sorriso, con una parola, con una semplice carezza.
Ormai apparteneva al passato, sepolta nei ricordi e sotto metri di terra umida e odorosa di muschio. Giaceva vestita di grigio, con una rosa bianca in mano. L'ultima volta che l'avevo vista era bellissima e mi correva incontro, pronta a saltarmi al collo, per baciarmi come sempre.
Un attimo dopo era riversa a terra, con la faccia sfigurata, che grondava sangue da ogni dove. Naturalmente non c'era più niente da fare e mi ero fatto una promessa, un giuramento che ormai avevo dimenticato. Non mi sarei più innamorato, non ci sarebbe stata nessun'altra nella mia vita. Lei era importante e non c'era più, ergo non potevo più innamorarmi.
Un'afosa sera di quell'estate terribile me ne stavo sul terrazzo, ancora vestito, che guardavo la strada.
Il mozzicone di sigaretta bruciava fra le mie dita ed io guardavo giù, tutte le persone che passavano e che ignoravano la mia esistenza.
Le coppie passeggiavano, gruppi di amici ed amiche ridevano e scherzavano e parlavano a voce alta, eppure tutto quel rumore non era fastidioso, ma al contrario era una compagnia ormai irrinuciabile.
Mi sedetti s'una sedia a dondolo che tenevo lì, vicino alla ringhiera, per stare più comodo ad osservare il mondo che non avevo mai conosciuto. Mi tornò in mente quella promessa, tutta quella maledetta scena che credevo di aver dimenticato: il ricordo era ancora confuso, ma le mie dita sporche del suo sangue vergine bruciavano ancora nella memoria, con un dolore sordo e continuo. No, non l'avevo dimenticata, credevo solo di averla sepolta per sempre, sotto metri di terra che odorava di muschio. Sbagliavo, non era così.
Sognavo, sognavo ancora i suoi capelli che tante volte avevo visti sciolti al vento, gli occhi ridenti, che brillavano quando mi vedevano e si perdevano nei miei. Le sue dita sulle mie labbra, le mie dita sulla sua pelle.. Sentivo la bramosia che mi guidava verso di lei, un desiderio che non conoscevo, ma che mi distruggeva e che non avrei mai condiviso con lei.. La sentivo ancora, dopo anni, e mi procurava sempre gli stessi effetti. Il cuore accellerava e mi tornava in mente il suo corpo puro ed imperfetto, che solo io avevo potuto vedere nudo e bagnato sotto la pioggia, ma che mai avevo e avrei toccato.
Quando tornava la voglia di lei, riaffiorava l'immagine della sua lapide di marmo verde, su cui spiccava il nome ormai annerito dal tempo.
Le lettere in stile gotico marcavano un nome indimenticabile.
Era lei, solo lei nei miei pensieri. Era solamente lei, con un nome tanto distante da tutto il suo mondo, che contagiava col suo candore.
Come una lacrima, che brillava al sole, che riscaldava ogni cosa su cui posava lo sguardo, che scioglieva il cuore nel dolore.
Era solo lei. Soltanto Magdalen.
III. LUCE, OMBRA, CHIAROSCURO
Avrei potuto definire il mio terrazzo come un secondo mondo, in cui mi rifugiavo quando non volevo nessuno attorno, ma stare solo al buio, a guardarmi intorno, coi soliti pensieri che scorrevano veloci.
Luglio era passato velocemente e ormai l'afa non dava più il fastidio iniziale; anzi, alcune vecchie di sera riuscivano di nuovo ad infilarsi un golf in lana scozzese. Non avrei mai pensato ad impresa più ardua.
Ero uscito, con la voglia di arrivare fino a Covent Garden, per vedere quel quartiere che mai ero riuscito a visitare, in tutta la vita.
Camminavo e camminavo, guardando solo i miei piedi che si muovevano uno davanti all'altro, ascoltando le voci della gente; Covent Garden brulicava di persone e di luci, e tutto sembrava festa ed allegria. Mi tornò in mente, non so come, la Festa dei Folli, di Notre-Dame; no, non c'era la ressa alla sala grande, ma il baccano e le orde di scolari non erano poi così distanti da quel mondo antico.
Ricordai di essere nel bel mezzo di Londra solo quando iniziò a piovere; un velo trasparente confondeva la visuale, divenendo via via sempre più fitto. In pochi istanti, non vedevo quasi nulla, se non le sagome confuse di chi correva per tornare a casa, o negli alberghi, o in qualsiasi posto per ripararsi la testa. Me ne stavo imbambolato, a guardarmi intorno, come se fossi un uomo fuori dal mondo che non avesse mai visto così tanta gente tutta insieme. L'acqua, ora, scrosciava forte e picchiava sulla giacca; era meglio tornare indietro.
Covent Garden l'avrei visto meglio un'altra volta.
Qualche saltuario bagliore illuminava il cielo e benedissi questo improvviso acquazzone, che riportava un po' di refrigerio nella città polverosa.
Iniziai a correre sotto la pioggia, come decine di persone di fianco a me, anche dall'altra parte della strada, sul marciapiede di fronte. Forse urtai qualcuno, chiesi scusa. L'unico desiderio che avevo era di tornare a casa e sedermi sulla sedia a dondolo, per osservare le gocce di pioggia che si frantumavano sulla ringhiera.
Il centro era deserto, le strade illuminate dai lampioni, che mostravano fasci d'acqua bagnati di luce giallastra; le vetrine dei bar e dei pub erano stipate di gente e la musica arrivava fino alle mie orecchie, fino su per le scale, fino a casa mia. Eccolo, il mio piccolo mondo.
Gettai la giacca, sfilai la camicia, sbottonai i pantaloni. Cercai di asciugarmi alla bell'e meglio con un asciugamano pulito, mi preparai un caffè.
Finalmente uscii in terrazzo e potei sedermi sulla mia amata sedia. In casa, tutte le luci erano spente e sedevo all'ombra, nascosto dalla notte, come se fossi stato ancora nei sotterranei di una qualche scuola di magia. Sorrisi. Era strano pensare tutto come al passato.
Chiusi gli occhi; la calda bevanda amara penetrava lentamente nel corpo, come un veleno che in poco mi avrebbe ucciso, piano, pianissimo...
Un tuono mi riportò al presente; fissai la casa di fronte. Una vecchia palazzina, di mattoni rossi. Doveva essere dei tempi della carboneria, pensai, con un sorrisetto acido sulla bocca.
Certe abitudini non le avevo ancora perse.
Le luci erano accese, le finestre spalancate. Ovvio che gli inquilini volessero prendersi tutto il sollievo di un temporale come quello. Al quarto piano, alla mia altezza, qualcuno si sporse dalla balaustra, per guardare giù in strada. La figura nera, vista in controluce, mostrava di sicuro un corpo da ragazza. Come uomo e professore di centinaia di piccole streghe, non avrei certo stentato a riconoscere le fattezze di due gambe o dei fianchi.
Tornò dentro e la luce l'illuminò. Era distante, ma doveva essere alta e forse studiava ancora. Potrebbe essere mia figlia, pensai, con il rammarico di non avere una famiglia.
Mostrava al massimo vent'anni, coi capelli raccolti disordinatamente, canottiera e pantaloncini corti. Era scalza, questo lo vedevo perfettamente. Si sedette davanti al computer e rimase immobile, a fissare il monitor. Sciolse i capelli, si prese la testa fra le mani; sussultò. Ancora. Ancora.
Stava piangendo, davanti ad un monitor bianco.
Spense la luce; rimasi di nuovo al buio anch'io.
Sospirai. Il caffè amaro era finito, meglio rientrare.
Guardai indietro. L'avevo persa di vista, non c'era più.
IV. CAFFE' E PAROLE SENZA VOCE
Londra era cambiata; lontani i tempi in cui le donne passeggiavano con i capelli raccolti in fiocchi colorati, adesso indossavano magliettine striminzite e gonnellini quasi inesistenti. Non che gli uomini (se così si possono chiamare) vestissero meglio: abbandonate le camicie e i pantaloni sempre impeccabili, viaggiavano con i jeans strappati e t-shirt di tre taglie più grandi. Non sono mai stato un esperto di moda, ma erano fastidiosi a vedersi e se potevo li evitavo accuratamente.
Il centro, nei soleggiati pomeriggi, si riempiva di persone eleganti, che passeggiavano a braccetto.
Vedere così tante coppie, così felici, mi faceva stare male. Forse non era il mio destino avere qualcuno accanto? Magdalen non c'era.. non ci sarebbe stata nessun'altra, mai più? Sarei sempre stato solo?
Parlare con qualcuno, alla fine della giornata, mi avrebbe fatto bene; qualcuno di diverso dal solito barista, o dal solito bevitore di birra.
Tenere una donna stretta tra le braccia, in silenzio, carezzarle i capelli e sentire il suo profumo. Era chiedere tanto? Un bacio, nulla di più, prima di andare a dormire; carezzarle il viso, toccarle la bocca, scendere sul seno..
Fare l'amore con lei. Una donna semplice, che non volesse null'altro che il semplice Severus, che non chiedesse la luna. Magari che amasse stare in casa, o passeggiare tranquillamente, leggere, bere un caffè.. Guardarsi senza parlare. Penetrarmi coi suoi occhi. Sfiorarmi col suo corpo.
I pensieri volavano via, guardando quelle coppie che non sapevano la fortuna che possedevano, nell'avere qualcuno vicino.
Come fosse la cosa più scontata del mondo; non era così.
Eccomi di nuovo in libreria, per prendere un altro libro da leggere a tempo perso, nella solitudine delle calde sere, sulla sedia a dondolo. L'odore della carta, del libro, dell'inchiostro. Odore di libro, odore di sapere. Mi trovavo bene in quei posti dove sentivo una parte della mia infanzia, della giovinezza, dell'età adulta.. e forse della vecchiaia che avrei avuto.
Camminavo in mezzo agli scaffali, ricolmi di volumi colorati, così diversi dalla biblioteca di Hogwarts, e scrutavo l'espressione delle persone che leggevano titoli e trame, incuriositi, schifati, divertiti. Alcuni crucciati, alcuni perrplessi, altri estremamente interessanti. Leggevano e rileggevano per qualche momento, quasi a convincersi di ciò che il libro poteva raccontare.
All'improvviso, lei era lì.
Entrava in quel momento dalla porta sul fianco della libreria, con un bicchiere enorme di caffè in mano e i libri stretti sotto il braccio. Era davvero una studentessa e forse avrebbe comprato qualche volume per prepararsi gli esami. Sorrisi e scossi la testa. Se fosse stata mia figlia, le avrei chiesto cosa ci faceva lì, invece di essere a scuola o a casa a studiare.
Aveva i capelli raccolti e puntati con una matita, nel modo più bohemienne che potesse esserci, con una maglia molto larga e dei pantaloni che sfioravano il pavimento. Sembrava una zingara, se non fosse stato per la carnagione rosata e non olivastra, se non fosse stato per quella semplicità ed eleganza con cui si muoveva fra le scaffalature.
Per un attimo, parve guardarmi, poi continuò a camminare. Non credo potesse immaginare che fossi il suo dirimpettaio, che l'avevo vista e guardata piangere, finchè aveva spento la luce.
Sfogliai un libro di Bram Stoker, una raccolta di racconti. La copertina satinata era bellissima da toccare ed avvicinandomi un poco il libro emanava un profumo di carta e cotone. Lo presi, lo avrei letto prima di andare a dormire, se era vero che leggere polizieschi e horror aiutava a conciliare il sonno e ad avere una visione positiva del mondo.
Quando uscii dalla libreria, il sole era scomparso e rimaneva solo un cielo bianco candido, con il vento che soffiava, ora leggerissimo, ora forte.
Che strano clima, quello inglese. Sempre così uguale, eppure sfaccettato.
Mi avviai verso una caffetteria della Sturbuck, dove facevano il migliore caffè del mondo. Mi sedetti vicino alla vetrina ed iniziai a leggere il libro che avevo appena preso; nel frattempo bevvi due caffè e mangiai qualche brioches. Gli occhi scorrevano avidamente sulle parole, fino a coglierne l'essenza più profonda, come se potessero nascondere qualche segreto sotto il loro più semplice significato. No, le parole erano parole e così stampate volevano dire quello che dicevano. Solo a voce parevano avere un peso così diverso nel loro suono, nel loro valore.
Richiusi il libro e guardai fuori. Lei usciva dalla libreria solo in quel momento, carica di libri, e gettava via il bicchiere vuoto del caffè.
Entrò nella caffetteria e si sedette dall'altra parte della sala.
Ordinò un caffè, poi un altro, fintanto che studiava su quei maledetti volumi, leggeva e ripeteva e imparava a memoria e rileggeva, sorseggiava il caffè e ricominciava. Chiusi gli occhi. Anche io ero stato così un tempo, ed ora tutto quello che avevo fatto nella mia vita non sembrava più avere un significato. No, Severus, non farlo, non lasciarti andare così, ai ricordi, ai brutti pensieri. Non farti sopraffare dal passato.
Pagai quello che avevo consumato ed ucii dalla caffetteria. Era quasi il tramonto, le strade vuote di gente e piene di macchine. Meglio rifugiarsi in casa, via dal rumore, in solitudine, quieta solitudine.
Un po' di musica, magari Chopin, e bere un buon vino, trovato in uno sconosciuto negozio italiano. La serata sarebbe passata bene.
Mi avviai sul marciapiede, rasserenato dai momenti che si prospettavano.
- Cazzo! -, imprecò qualcuno alle mie spalle.
Mi voltai, pronto a ridere per qualunque cosa fosse successo, ma non ne ebbi il coraggio. Lei era lì, chinata a terra, che cercava di raccogliere tutti i libri ch'erano scivolati dalla borsa rotta. Aveva le labbra stirate per la rabbia e i capelli scivolavano dalla precaria pettinatura.
Mi girai, per tornarmene a casa, ma decisi di aiutarla.
- Le serve una mano?-, chiesi, restando poco distante da lei.
- No, grazie, ce la faccio.-, rispose alterata, abbracciando tutti i libri, che di lì a poco sarebbero finiti in terra di nuovo.
- Non credo ce la possa fare.. Abito di fronte a lei, quindi se vuole glieli posso trasportare fin sotto casa.-
Mi guardò e socchiuse la bocca, raddolcita. Prese a ridermi in faccia, contro la mia espressione seria. Perchè diavolo rideva, adesso?
Gli occhi le brillavano, mi colpì. Ancora con il sorriso in volto:
- Va bene -, singhiozzò, - può aiutarmi.-
Presi metà dei libri che teneva stretti e ci avviammo verso casa sua.
Il sole era completamente scomparso e Venere brillava vicino alla luna.
Un passo dopo l'altro, in silenzio. Io mi guardavo in giro, come se potessi togliere punti a qualche alunno se avesse fatto dei commenti.
Prese a canticchiare "Just the way you are" senza aprire la bocca.
Mi piaceva quella canzone, mi piaceva la melodia.
Eravamo arrivati al portone. Le issai i libri sopra gli altri.
- Grazie. Non ce l'avrei mai fatta.-, confessò, cercando le chiavi.
- Lo so -, risposi serio. - Ecco perchè l'ho aiutata.-
Alzò gli occhi e li socchiuse.
- Certo..-, sospirò.
- Buonanotte.-, dissi, allontanandomi.
Lei non rispose.
V. SCRITTO NEL TEMPO
Finalmente ero a casa, dove le finestre sigillate avevano lasciato un ambiente caldo e umido. Spalancai tutto e lasciai che la corrente fresca invadesse ogni stanza. Le portafinestre del salotto erano aperte e si vedeva perfettamente la luce accesa a casa sua. Accesi lo stereo, Chopin suonò le prime note di un notturno polacco. Versai i vino rosso in un calice e lo annusai ad occhi chiusi. Dolce, alcolico, forte.. Profumo di frutta e colore di rubino. Scivolava sul palato deliziosamente.
Lo bevvi lentamente, un sorso alla volta.
Mi appoggiai allo stipite della portafinestra, con la mano in tasca e il bicchiere nell'altra, guardando la sua finestra illuminata.
Le luci in casa mia erano spente, non mi avrebbe visto neanche volendo.
La musica mi entrava nella testa e mi faceva pensare ad una festa in maschera, tutti col volto coperto, con lunghi mantelli e sontuosi vestiti.
Eccola, con l'asciugamano che la copriva perfettamente, coi capelli raccolti, poggiata alla balaustra, che guardava in strada. Gli occhi indugiarono per un po' al mio terrazzo, come se cercasse qualcosa nel buio. Io rimasi immobile. La guardavo come fosse una mia creatura.
La vidi chiudere gli occhi e sospirare. Chopin era entrato anche in lei e chissà quali visioni le suscitava, quali colori ed immagini la sua mente produceva in quei pochi istanti.
Presi il telecomando dello stereo.
Bevvi il vino tutto d'un fiato, poi spensi la musica.
Aprì gli occhi e si guardò in giro, indugiò sul mio terrazzo, poi rientrò.
Io sorrisi e tornai dentro. Lasciai le scarpe vicino alla porta e mi tolsi i vestiti. Mi sdraiai sul letto, in mutande, e l'ultima cosa che vidi fu la luna.
Non dormii molto, alle sette ero già in piedi, arrabbiato con il mondo.
Non che ce ne fosse motivo, ma il fatto di non aver dormito mi sembrava una ragione sufficiente. Mi versai una tazza di caffè e andai in terrazzo, ancora in mutande. Le vie iniziavano allora a riempirsi di auto e di gente a piedi, tutti diretti da qualche parte, tutti con la fretta di fare, di andare, correre, correre, correre.. Odiavo la frenesia, ma amavo l'efficienza. Eppure precisione e velocità nelle azioni non si escludevano a vicenda. Ecco com'ero io: efficiente, preciso e veloce.
Innarcai un sopracciglio: forse ero anche un po' vanesio.
Continuai a guardare in basso e qualche minuto dopo usciva dalla porta di casa, con lo zaino a tracolla e un libro in mano, che scorreva velocemente con gli occhi, ripetutamente.
L'orologio batteva le sette e mezza e lei si dirigeva verso la metropolitana per andare all'università; chissà.. Oxford o Cambridge?
Terminai il mio caffè e andai a farmi la doccia.
La temperatura era salita ancora di qualche grado ed ora il termometro segnava 32° Celsius. Una doccia la mattina e una la sera erano il minimo.
Quando uscii di casa, erano quasi le undici.
Mi stavo dirigendo verso il centro commerciale, per fare la spesa, quando la vidi tornare a casa, a testa china sul libro. Come mai così presto?, avrei voluto chiederle. Non dovrebbe tornare all'ora di pranzo?
Continuai per la mia strada, quando mi chiamò.
- Ehi! Ehi, lei! -
Mi fermai all'istante:
- Salve.-, dissi, girandomi verso di lei.
Mi stava correndo incontro.
- Salve! -, sorrise, strizzando gli occhi per il sole. - Mi dispiace di non averla salutata, ieri sera. Ero stanca..-
- Non si preoccupi, non è un problema.-
- Dove sta andando? -, mi chiese con semplicità.
La guardai e sorrisi obliquo.
- Devo fare la spesa..-
- Davvero? La posso accompagnare? Potrei aiutarla a portare le borse! -
Mi misi a ridere, scioccamente, mentre lei mi guardava come l'avevo guardata io il giorno prima.
- Va bene -, risposi, - mi può accompagnare.-
Per la strada parlammo di cose stupide, tipo il tempo, e commentavamo la gente che passava, soprattutto la moda giovanile.
Il supermercato era quasi deserto, se non per le solite signore che compravano latte, formaggi e pane.
Presi il cestino di plastica e cominciai a riempirlo: uova, pane, prosciutto, formaggi di ogni tipo, pasta, succhi di frutta, té.. L'immancabile caffè..
Lei mi veniva dietro e seguitava a parlare; io l'ascoltavo, ma non le rispondevo, né la guardavo con interesse. Semplicemente, ascoltavo.
- Mi scusi, parlo troppo..-, disse ad un tratto, sorridendo e coprendosi la bocca.
Mi girai e aprii bene gli occhi:
- No, no davvero.. La stavo ascoltando, sa? Sono io che non parlo molto.. Ma stavo ascoltando..-, le ripetei.
Rimanemmo in silenzio, fino a quando uscimmo in strada.
- Lo vuole un caffè? -, mi chiese.
- Data l'ora sarà meglio pranzare. Andiamo da Fred? -
- Adoro quel posto! Volentieri, sì.-
Il locale climatizzato non era molto affollato e c'era un tavolino poco distante dalla vetrina, che s'affacciava s'un parco.
Lei ordinò un hamburger e una cola, io del pesce con del vino bianco.
- Raffinato..-, sibilò lei, quando mi fu servito il piatto.
- E' da tanto che non mangio pesce.-
Gente ch'entrava, gente che usciva.. da Fred c'era sempre un gran via vai.
- Va all'università?-
- Sì, a Oxford.-
- Davvero? Interessante..-
- Probabilmente l'unica parte interessante della mia vita incasinata e solitaria.-
- Perchè? -, chiesi, anche se forse non volevo davvero saperlo.
Poggiò il panino, si pulì la bocca, bevve.
Con l'aria pensierosa, mi guardò:
- Da dove potrei cominciare..-
Io rimasi immobile.
- Oh, certo, dalla mia triste infanzia! Sono cresciuta in un orfanotrofio, sola e odiata da tutti.. non che m'importasse molto, in realtà. Ho frequentato la scuola, non senza difficoltà, e come se non bastasse il mio ragazzo mi ha mollato da poche settimane. L'amore della mia vita mi ha abbandonato.-
Deglutii, appoggiai le posate sul piatto.
- Sono un'idiota.-, dissi atono, più come conferma, che come scusa.
- Oh, non si preoccupi! Lei piuttosto? Ha detto di abitare di fronte a me, ma io non l'ho mai vista..-
- Non è da molto che abito qui.. e comunque non mi piace far sentire troppo la mia presenza.. non agli estranei, almeno.-
- Lupo solitario? -
- Da sempre, sì.-
- E non le pesa? Io scoppio quando sto troppo da sola! -
- Forse è l'abitudine..-, dissi sovrappensiero.
- Quanti anni ha? -
- Crede sia una questione d'età? -, risposi un po' tagliente.
- Nient'affatto.-
- Ne ho quarantatré.-
- Gliene davo qualcuno in meno..-
- Gentile da parte sua.-, sorrisi sincero.
Terminammo il pranzo scambiando una parola ogni tanto. Era bello parlare con lei, che non si adeguava alla corrente, ma era sincera e diceva tutto quello che pensava. Gli occhi le brillavano, esprimendo così tante cose tutte insieme. Allegria, sconforto, anche rabbia..
Quando uscimmo dal ristorante era ormai pomeriggio.
Mi aiutò a portare le borse fin sotto casa, poi corse verso il suo portone.
Stavo per entrare e per richiudere la porta dietro di me, quando urlò:
- Ventuno! Ho ventun'anni! -, sorrise, strizzando gli occhi per il sole.
Rimasi a fissarla, fino a quando fu sparita dalla strada.
VI. LA LAMA DI UN PUGNALE
Più simile a me di quanto pensassi, questo era lei.
Una ragazzina, così uguale a me sotto certi aspetti.
Non sapevo neppure come si chiamava, non ancora.. ma speravo di rivederla.
Avrebbe potuto essere uno svago per la mente, con la sua allegria e i suoi interessi.. Molto più che per il corpo, che sembrava assopito.
La sera tardi accesi la musica, desideroso di un'assoluta tranquillità. Solo musica e vino, come un rito sempiterno per il relax. Musica e vino.
La vidi di nuovo, intenta a leggere un tomo gigantesco, seduta sul divano, con i capelli raccolti, gli occhiali sul naso e la matita in bocca.
Ogni tanto alzava la testa, sillabava qualche parola, scriveva..
Rimasi a fissarla, senza ascoltare la musica che risuonava fin nella orecchie, senza ormai tenere più il bicchiere, senza pensare ad altro.
Mi sembrava specialissima.
Penetrava dentro di me lentamente, come una lama calda, di cui senti la presenza, senza che ti faccia alcun male. Quando si muoveva diveniva l'inferno, e allora tornavo alla realtà e mi dicevo ch'era solo lei.
In quel solo istante pensai a lei come una donna, diversa da come l'avevo vista per l'intera giornata, o il giorno prima. Era una donna.
Ed io un uomo. Soli.. Lupi solitari, aveva detto.
Era una bambina, non una donna. Non aveva ancora la malizia dei movimenti, degli sguardi, degli ammiccamenti. Era semplice, naturale, come un diamante purissimo. Avrei potuto leggerle dentro e violare così ogni segreto che appartenesse alla sua anima candida.
La lama affondava e mi riportava a Magdalen. Ancora il dolore per quella perdita, che sembravo aver ritrovato.. Ma in un'altra. Era lei, non era lei..
Non sapevo più chi fosse: si sovrapponevano perfettamente nella mia testa, la memoria del passato e le sensazioni di quella giornata.
Un soprano che cantava tedesco mi fece sobbalzare; il bicchiere era caduto, il vino a terra sembrava una pozza di sangue. Se fosse stato suo.. di chi delle due?.. mi sarei chinato e l'avrei leccato via, pur di non perderne una sola goccia preziosa. Così mi sarebbe appartenuta, pensai.
Ma chi, chi delle due, dannazione?
Era solo lei, che studiava e ripeteva a memoria. Spense la luce, come sempre ed io rimasi al buio, ad ascoltare dei versi in tedesco e a piangere lacrime sul passato. Al diavolo tutto, adesso che stavo ricominciando a vivere.
Un'altra notte insonne, un'altra sveglia presto, per non aver dormito.
Ormai mi alzavo sempre presto, adesso, per vederla uscire di casa e controllare che fosse tutto ok, che stesse bene.
Senza che me ne accorgessi quella maledetta lama affondava sempre di più dentro la carne e se volevo fermarla dovevo farlo prima che divenisse impossibile estrarla, prima che non potessi più fare a meno della sua presenza silenziosa e stranamente dolorosa.
Non la conoscevo, ma era tutto quello che avevo.
VII. UN FILO D'ACCIAIO
All'alba mi svegliavo, guardavo il sole che nasceva e mi nascondevo nel terrazzo, seguendo con lo sguardo le sue gambe che camminavano in fretta sul marciapiede; studiava in continuazione.
Non ci eravamo più incontrati né visti per strada, né salutati. E per me era stata una liberazione. Di sicuro era stata gentile a scusarsi e ad aiutarmi a fare la spesa, ma l'aveva fatto come un obbligo verso di me. Nient'altro.
Mi aveva già dimenticato. Ed era meglio così.
A poco a poco, tutto tornò normale. Mi alzavo tardi, facevo le mie commissioni, passeggiavo la sera, leggevo..
Il tempo trascorreva ora lento, ora veloce, ma ero sereno.
Almeno fino a quando, una sera di tardo agosto, si presentò a casa mia.
Erano settimane che me l'ero tolta dalla testa ed ora lei tornava ad invadere la mia vita, coi suoi capelli raccolti e quagli occhi sempre ridenti.
Quando aprii la porta, rimasi immobile a fissarla, senza dire niente.
- Non so il suo nome.-, disse, come se fosse una scusa plausibile per venire a casa mia e attaccare discorso.
- Neppure io conosco il suo.-, ribattei, leggermente seccato.
Lei non aveva il diritto di stare lì, a decidere dei miei sentimenti senza saperlo neppure, senza conoscere tutto quello che sentivo dentro.
Abbassò gli occhi, mi tese la mano.
- Angelica.-
Le strinsi la mano e la sentii fragile e delicata, con la pelle di porcellana.
- Severus.-, dissi a mia volta, con la fronte corrugata.
- Ha da fare? -, mi chiese.
- Ascoltavo la musica..-
Rimanemmo in silenzio; si aspettava che la invitassi ad entrare, questo era certo, ma non volevo che invadesse anche i miei spazi. Sarebbe stato tragico non vederla più lì quando se ne fosse andata. Combattei contro me stesso, per non scansarmi e lasciarla accomodare e dirle: "Fa come se fossi a casa tua". No, quella era la mia casa e lei non poteva entrarci.
- Era da un po' che non la vedevo.. Volevo sapere come stava..-, riprese, un po' imbarazzata. Dovevo farla sentire a disagio, con la mia faccia rude.
- Come al solito, grazie. Lei? -
- Oh, tutto bene. Anche a scuola, tutto ok. Mancano solo tre anni..-, sorrise, volgendo lo sguardo da tutt'altra parte.
- Bene.-, dissi io, seppur non fossi così interessato all'argomento.
Al collo portava un ciondolo a forma di serpe contorta, d'argento, con un piccolo brillante al posto della pupilla verticale. Sorrisi.
- Finalmente.-, sospirò lei.
- Già..-, mormorai io.
- Bene, allora visto che non si è volatilizzato e non si è ancora suicidato, posso tornarmene a casa tranquilla.-
- Direi di sì.. L'avvertirò se volessi compiere un gesto estremo.-
- Sì, grazie. Arrivederci.-, mi salutò agitando la mano.
- Arrivederci..-, risposi.
Ma lei era già scomparsa dietro le porte dell'ascensore.
Quando richiusi la porta ero teso.
Non mi aveva dimenticato e mi accorsi che neppure io ero stato capace di seppellirla nella testa, nella sezione "persone da dimenticare".
Pensai a lei come una bambina, che voleva un amico più grande, che la proteggesse e la stesse ad ascoltare. Anche io avevo desiderato tutto questo, ed ero anche più giovane di lei, e ne erano conseguiti tutti i miei errori. Spesso la rabbia porta all'errore.
Per lei avrebbe dovuto essere diverso; necessitava di una guida, che la mettesse in guardia e le sapesse consigliare nel modo giusto. Qualcuno che non agisse per tornaconto personale, ma che volesse solo il suo bene.
Avrei potuto essere io, le avrei detto quale strada seguire per non finire male e l'avrei protetta con tutto me stesso. Non l'avrei mai seguita, né mi sarei impossessato della sua mente, né l'avrei mai plasmata per me.
Si sarebbe confidata, davanti ad una tazza di té, e io le avrei detto cosa fare. Ci potevamo vedere, prendere un caffè, l'avrei aiutata nello studio..
Chiusi gli occhi, massaggiai le tempie.
Non ero certo che lei volesse questo, da me.
Avevo imparato ad osservare le persone, i cambiamenti che si succedevano nei loro movimenti o nelle loro espressioni, come parlavano, come cambiavano di tono, come schiudevano le labbra..
E una scintilla nei suoi occhi brillava più che mai.
Il suo comportamento dimostrava un attaccamento nei miei confronti ben diverso dalla semplice conoscenza, o dall'amicizia nascente.
Io, per lei, non potevo essere null'altro che un confidente. Non volevo avere bisogno dei suoi occhi, o delle sue risate, o della sua presenza vicino a me.
Non volevo sentirmi legato a lei con un doppio filo in acciaio, inscindibile.
Volevo stare solo, non soffrire più, essere al margine della vita degli altri; sentivo la paura di un'altra perdita, ecco perchè non la volevo accanto.
Dalla musica gregoriana, tornò il silenzio. Ero ancora in piedi, poggiato alla porta chiusa e tessevo tutti questi pensieri, uno dopo l'altro.
Avevo paura di quel filo.. Che, senza saperlo, si stava già tessendo.
CAPITOLO 2 - NUOVI GIORNI
I. UN NUOVO ANNO
La mattina, l'aria era fresca. Quello sarebbe stato un inverno rigido, me lo sentivo nelle ossa, e di sicuro avrebbe nevicato.
Meglio così. Una Londra assolata è irriconoscibile, meglio la pioggia, il cielo grigiastro, il freddo pungente alle sette della mattina.
Molto meglio dell'estate torrida e polverosa dell'anno precedente.
Era la mattina del 13 Ottobre e ricevetti una lettera di Lupin. Mi colse totalmente di sorpresa, poichè ormai non avevo visto più nessuno dopo la chiusura di Hogwarts. Remus si era trasferito nella penisola Scandinava, in una specie di ritiro spirituale assieme ad altri maghi potenti. Erano certi che lo avrebbero liberato dalla maledizione del Mannaro.. un giorno o l'altro!
Dumbledore e la McGonagall si spostavano, dalla Scozia all'Irlanda, per convegni e feste. Erano sempre stati insieme, in tutti questi anni, e l'unica che lo sapeva era Fawkes, la fenice rubinia.
Gli altri professori viaggiavano da una parte all'altra del Paese e di alcuni di loro non aveva più avuto nessuna notizia.
Aprii la lettera ed iniziai a leggerla, con la curiosità di sapere come stava.
I nostri rapporti erano più amichevoli, soprattutto dopo la morte di Black nove anni prima, per cui lui aveva sofferto e soffriva ancora molto.
Diceva che si muovevano spesso fra la Norvegia e la Danimarca e m'invitava al Sabba che si sarebbe tenuto di lì a qualche mese nel punto più vicino al Polo, dove l'Aurora Boreale regnava incontrastata.
Aveva grandi novità anche in amore. Una raggiante strega norvegese l'aveva fatto innamorare perdutamente e sentiva che le nozze erano vicine.
"Bravo Lupin!", pensai con un sorriso.
Si stava ricostruendo una vita, come tutti noi del resto. I tragici avvenimenti del passato dovevano rimanere tali, solo memorie. A volte divenivano incubi e l'ansia e la paura s'impossessavano della mente per attimi interminabili. Il sibilo del vento, una luce da qualche parte.. Tutto tornava normale e si riusciva a dormire ancora, almeno per poco.
Erano quasi due anni che abitavo in quella casa, e l'estate dell'anno prima avevo conosciuto Angelica, all'uscita dalla libreria.
La nostra amicizia era nata solo qualche tempo più tardi, dopo che quella sera era venuta a casa mia. Il filo d'acciaio di cui avevo paura mi si era stretto al polso così tanto che non potei evitare di andare da lei qualche sera dopo, scusandomi per come mi ero comportato.
Mi rise in faccia, di nuovo, e questa volta mi unii a lei.
Le dissi ch'ero stato insegnante in un altro paese, mentii, e le offrii il mio aiuto, che lei accettò di buon grado, così ci vedevamo qualche giorno alla settimana per preparare gli esami insieme e studiare.
Il mio interesse per lei si tramutò in un affetto paterno e n'ero felice.
Le diedi il mio numero di telefono e la pregai di chiamarmi se avesse avuto bisogno di qualsiasi cosa, anche di parlare per un po'.
Ogni giorno sentivo la sua voce, ogni mattina le auguravo una buona giornata, ogni sera ci davamo la buonanotte dal terrazzo.
Era tutto quello che volevo, tutto quello che volevo.
E lei non aveva ancora mai visto la mia casa, neppure il soggiorno, perchè inconsciamente volevo tenerla lontana da me.
Seppure ormai me la portassi dentro.
II. ANGELI IN PARADISO
Risposi immediatamente alla lettera di Lupin, declinando il più gentilmente possibile l'offerta di ospitalità per il Sabba.
Mi era sempre piaciuto il rito del Sabba, ma preferivo farlo con persone che conoscevo, di cui sapevo tutto e che sapevano tutto di me. O quasi.
La mia vita nel mondo Babbano era sprovvista di riti ed incantesimi, tranne qualche volta, in cui mi attingevo a leggere libri proibiti e sulla Magia Oscura. Dopotutto, ero un mago e la passione m'era rimasta.
Chissà come avrebbe reagito Angelica, alla notizia che fossi un mago?
Non c'avrebbe mai creduto, questo era certo e mi avrebbe anche riso in faccia; probabilmente avrei riso con lei dicendole ch'era uno scherzo.
Insomma, non le avevo detto ancora nulla del mio passato, mentre lei s'era confidata ancora tantissimo tempo prima.
Mi sentivo un po' in colpa, ma pensavo che alla sua età non sarebbe stato giusto da parte mia farle sapere cos'ero.. cos'ero anche stato.
Non so il motivo, ma non mi sembrava giusto. Forse un giorno gliel'avrei detto con più tranquillità, magari sul divano di casa mia, in una serata di confidenze, con un bicchiere di vino e Chopin in sottofondo.
Era la sera del 26 ottobre, quando il telefono squillò insistente.
Uscii dalla doccia, stramaledicendo chiunque fosse.
- Pronto.-, urlai quasi.
- Disturbo? Sono io..-
Mi diedi un pugno in testa:
- Angelica, ciao. Non disturbi.. affatto.. dimmi pure?-
- Severus, che fai il 31?-
Mi girai verso il calendario: 31 ottobre, Halloween.
Festa, zucca, pipistrelli..
- Non lo so, forse me ne starò in casa.-
- Non vieni ad una festa? Credo ci sarà un po' di gente e io non voglio andarci da sola. Vieni? Ti prego, ti prego, ti prego..-
- Lo sai che non mi piacciono le feste..-, le dissi dolcemente.
- Oh, andiamo. In due anni non sei mai stato ad un ballo! -
- Angelica, davvero..-
- Per favore, Severus! -
- Ho detto di no, e no rimane.-, sentenziai, risoluto.
- Ti odio quando fai così! -
Sentirle dire questo mi fece male, ma boccheggiando tentai di parlare:
- E' la prima volta che faccio così.-
Silenzio.
- Hai ragione, è la prima volta! -.
Rise, con la sua voce piena e allegra. Non era arrabbiata.
- Sei sicuro di non voler venire?-
- No, ma ti ringrazio. Tu divertiti.-, sorrisi.
- Certo. E, Severus..-
- Sì?-
- Ti voglio bene.-
- Anche io te ne voglio. Ora fila a studiare, che poi ti controllo.-, sorrisi di nuovo, in preda alla felicità. Non era la prima volta che me lo diceva, e forse non sarebbe stata neppure l'ultima, ma sentirglielo dire mi faceva stare bene, mi rendeva davvero sereno.
Riagganciai e andai a vestirmi. Ancora non ero stato a Covent Garden.
La serata era piacevole da passare in strada, in mezzo alla gente che affollava le vie. I negozi erano ancora aperti e, ogni volta che qualcuno usciva, era seguito dal tepore e da un profumo diverso.
Respirai l'aria fresca di ottobre e sorrisi. Anche l'aria aveva un profumo, seppur diverso da quello dei negozi. Si avvicinava molto di più alla menta, un profumo secco, freddo in qualche modo, mescolato all'umido, all'humus che si decomponeva sui marciapiedi ed ai lati delle strade, dove giacevano le foglie gialle e rosse e ramate e granato cadute dagli alberi.
C'erano le luci in strada, cha abbagliavano gli occhi ed illuminavano le teste. I capelli ramati e corvini risaltavano splendidamente.
Quando arrivai a Covent Garden, la gente era diminuita; avevo camminato per quasi un'ora, lasciando il traffico e il rumore lontani da me.
Era entusiasmante, caldo, un luogo intimo.
Mi guardavo intorno, quasi rapito da quella parte di mondo che non avevo mai visto e che mi sembrava così lontana dalla realtà.
I lampioni diffondevano una calda luce rossastra, che si confondeva con le insegne ipercolorate di negozi e teatri. I nomi delle vie erano degli elaborati ghirigori s'un fondo di legno antico e i marciapiedi erano costeggiati di minuscoli roseti che fiorivano proprio in quel periodo.
Un angolo di Paradiso nella City, quello era senza dubbio Covent Garden.
Camminavo e mi guardavo intorno: avrei potuto ritornarci, fermarmi una giornata intera, visitare ogni angolo di quel quartiere.
Stavo pensando a tutto questo, quando si presentò davanti a me, imbatuffolata in un cappotto di lana, fino alle orecchie, e con dei terribili guanti gialli alle mani. Mi fermai di botto.
- Sentivo ch'eri qui.-, mi disse, con la voce dolcissima e profonda.
I suoi occhi fissavano i miei, come se ne cercasse l'essenza.
- Davvero? -, dissi io, alzando un angolo della bocca.
- Sei da solo, Severus?-
- Sì. Non ero mai venuto qui e stasera non avevo nulla da fare.-
- Perchè non mi hai chiamata? Sarei venuta volentieri, sai?-
- Lo so, Angelica.-, riuscii a dire.
C'incamminammo insieme, lei mi prese sotto braccio.
- Ho freddo..-, mormorò, come se dovesse scusarsi.
Era la mia bambina, non c'era bisogno di nessuna spiegazione.
Attraversammo vie, passammo sui sentieri di un parco enorme, fino a trovare un caffè aperto. Entrammo e fummo investiti da un timido caldo.
- Due caffè.-, dissi. Ce li portarono subito, mentre ancora ci stavamo togliendo i cappotti pesanti.
Rimanemmo un attimo in silenzio, lei corrucciata a guardare la tazza che stringeva fra le mani, io a scrutare la sua espressione, sorridendo dentro.
- Severus, ho un problema.-, esordì poco dopo.
- Ti posso aiutare?-, sorseggiai la bevanda. Sapeva lievemente di cannella.
- Non lo so.. In ogni caso ho bisogno di parlarne.-
- Sono qui, ti ascolto.-
Qualcuno era entrato, una folata di vento c'investì. I suoi occhi sembravano ghiaccio, avevano perso l'allegria e la vitalità. Mi fissò.
- Non ho un soldo, Severus, sono disperata.-
Seguitava a guardarmi, collo stesso sguardo triste.
- Non è un problema, te li posso dare. Non chiedo neanche gl'interessi.-
Non era il momento di scherzare, ma non sopportavo la vista di quegli occhi, che non sembravano più i suoi.
- Il punto non è questo.-
La guardai confuso. "Qual è il problema, allora?", pensai.
- Ho dovuto vendere la casa, per pagare debiti e spese e poi c'è l'università. Severus, non ho un posto dove andare, non ho un letto su cui dormire, non ho un tetto sulla testa!-, quasi urlò.
Singhiozzò, poi di nuovo, e ancora una volta. Pianse, delicata, silenziosa.
Poggiai la tazza, nervoso, con un'ansia che mi faceva tremare le mani.
Si asciugò le lacrime con la mano, poi sorrise forzata, bevendo il caffè.
- Posso venire da te?-, quasi mi pregò con un tono appena percettibile.
L'aveva fatto, me l'aveva chiesto. Ecco, avrebbe visto la mia casa, dormito nella stanza accanto la mia, riposata sul mio divano.. La mattina l'avrei vista a qualche metro da me, non avrei più urlato per salutarla.
Guardai fuori dalla vetrina, un lampione che illuminava una pozza di luce sull'asfalto scuro, le persone ci camminavano sopra.
Tornai a guardarla, mentre i suoi occhi si posavano su di me, supplicanti.
- Certo che puoi venire. Non ti lascerei mai in mezzo ad una strada.-
Sorrise con le labbra, con gli occhi, con tutto il viso. Poi mi strinse la mano con forza e i suoi occhi si riempirono di lacrime di gioia.
- Grazie, Severus. Ti voglio bene.-
Sulla strada del ritorno non finiva di parlare. Nella sua camera avrebbe messo la tapezzeria in damascato con delle rose sopra.
Io sorridevo soltanto.
III. DESTINI E FANTASIE
Il giorno dopo, pulii casa da cima a fondo; non sapevo quando avrebbe iniziato a portare la sua roba, quindi era meglio darmi da fare.
E la mia fu un'ottima intuizione, perchè il pomeriggio stesso si presentò da me. Non aveva ancora portato nulla, ma voleva vedere quanta roba avrebbe dovuto gettare per farci stare tutto.
- Ciao. Disturbo? Sono venuta a fare un sopralluogo.-
La voce era tornata dolce e profonda e gli occhi brillavano allegri. Sorrisi.
- Prego, vieni dentro.-
Io rimasi in cucina, a preparare un caffè. Non volevo accompagnarla nel tour della sua nuova vita.. e della mia. Si stava di nuovo impadronendo di me, ma stavolta era diverso. Questa volta il suo profumo si impregnava nell'aria della casa, nella tapezzeria, si confondeva coll'odore del caffè.
Stava guardando le mie cose, le sfiorava con le dita, le immaginava accanto alle sue. Fu un bene rimanere in cucina.
- Sei ordinato.-, valutò seria, accoccolandosi come una bambina sullo sgabello; in quella posizione, i tacchi alti che portava erano fuoriluogo.
- E' un problema, per te? -, le chiesi, svuotando la moka nelle tazze.
- Oh, Severus..-, sospirò, - il problema sarà tuo! -. Sorrise.
La guardai, poi girai gli occhi per la stanza.
- Non ti preoccupare, io penserò alle mie cose e tu alle tue. Quando inizierai a non poter più camminare per il caos, metterai a posto... Suppongo.-, alzai il sopracciglio.
Iniziò a ridere e per poco non si soffocò col caffè.
- Perchè tenti di ammazzarti così? -, le diedi la spugna, per asciugare il caffè che aveva spanto sul tavolo.
- Mi fai ridere quando alzi il sopracciglio così.-, e tentò un'imitazione.
Mi fece ridere, perchè proprio non mi assomigliava. Non aveva i miei occhi scurissimi o il mio naso aquilino, e neanche il mio mento.
- Hai sempre avuto questo tic? -
- Non è un tic, è una mia espressione. E, sì, l'ho sempre avuta.-
- Chissà i tuoi alunni, con quegli sguardi..-, finse di rabbrividire.
- Non sono mai stato molto amato, in effetti.-
- Cosa insegnavi?-
Pozioni, Pozioni, Pozioni..
- Non credo t'interessi. Materie.. scientifiche..-.
Terminai il caffè in un sorso. Misi le tazze a lavare.
- Dài, resisto, anche se sono a favore delle materie letterarie.-
Pozioni, Pozioni, Pozioni..
- Una materia molto simile alla Chimica, diciamo.. E' ancora sperimentale..-
- Oh, è segreta..-, sussurrò.
- Segretissima..-, dissi io ancora più piano.
Non so cosa accadde, ma divenne seria e mi guardò quasi impaurita, poi arrossì e borbottò:
- Ora devo andare.. Magari ci sentiamo dopo.-
Così uscì dalla mia casa e non la sentii fino a sera, quando mi chiamò.
Si scusò per il suo comportamento del pomeriggio e mi disse che l'indomani avrebbe iniziato a portare le sue cose.
Io le risposi che poteva venire quando voleva, per me non c'erano problemi e le assicurai che entro due giorni avrebbe avuto le sue chiavi.
Mi fece sapere che il giorno dopo avrebbe avuto un esame importante e che poi sarebbe rimasta a casa per una settimana, così da poter sistemarsi.
- Molto bene -, dissi io, - così ti adeguerai all'ordine.-
- Sì, grazie. Ora devo andare a studiare. A domani..?-
- Certo, a domani. Buona notte e in bocca al lupo per l'esame.-
- Crepi. Grazie, Severus.-, si commosse leggermente.
Riattaccai, quasi infelice.
Non c'era un motivo per cui esserlo, a meno che il fatto che mi stessi attaccando ad una chimera non possa essere considerato tale, in qualche modo? Lei rappresentava una chimera, la mia Chimera.
Impersonava la fantasia ch'era nata piano dentro la mia testa, ch'era cresciuta da quando era venuta da me per la prima volta, quella sera, un anno prima. Ed alla fine sarebbe venuta da me, dormito accanto alla mia stanza, mangiato assieme, l'avrei vista ogni giorno..
Poi se ne sarebbe andata, per vivere la sua vita, e ripormi in un angolo della sua mente, mentre la sua ombra mi avrebbe accompagnato per sempre, fino a quando avrei avuto memoria.
Mi rintanai in terrazzo, a guardarla dal buio. Incartava e inscatolava, come un automa, senza alzare gli occhi, coi capelli raccolti e gli occhiali che le scivolavano dal naso.
Il computer era acceso, e il monitor aveva una pagina scritta a metà.
IV. CUORI APERTI
I giorni che seguirono furono terribili: arrivava a casa mia per le sei e mezza, carica di scatoloni, li portava in camera sua, o li distribuiva in giro per la casa, a mucchi; poi andava all'università, mi chiamava per pranzo, piangendo, contenta di aver passato l'esame ed esausta per il periodo che stava passando. La sera portava altra roba, con due occhiaie bluastre intorno agli occhi, poi tornava al suo appartamento per studiare.
Il 30 ottobre terminò gli esami e finalmente era in vacanza.
Adoperò tutto il pomeriggio per sistemare, almeno in parte, le sue cose, le più essenziali: vestiti, toiletta, libri vari, e traslocare infine il computer.
Quando si abbandonò sul divano era mezzanotte passata.
- Sono esausta..-, mugugnò fra le lacrime, prendendo il bicchiere di vino che le offrivo.
- Sei stata brava.-, la confortai io, sedendomi sulla poltrona di fronte.
Di lì a poco sarebbe stata l'ora di accendere il camino, perchè quell'ottobre era particolarmente freddo, molto più invernale che autunnale.
- Grazie, Severus.-, mi disse.
- Di nulla. E poi la bottiglia era aperta, non potevo scolarmela da solo.-, sorrisi, buttando tutto sul vino.
- Ora me ne vado a letto, buona notte.-
- Buona notte, Angelica, e dormi bene.-
Rimasi da solo, a fissare la luna. "Grazie", pensai, prima di finir di bere.
Mattina, ore 5.30. Il cielo era ancora buio, con le ultime stelle che scomparivano. Guardai il calendario sul comodino: 31 ottobre.
Era Halloween, il secondo Halloween che passavo in quella casa, il primo in compagnia di Angelica.
Mi rigirai sul letto, arrotolandomi in mezzo alle lenzuola, come un bozzolo; un rumore in cucina mi fece sussultare: chi diavolo era?
Cercai di svolgermi dalla stoffa il prima possibile, correndo verso le altre stanze: "Angelica!", pensai, con la paura che fosse successo qualcosa.
Era lei, in piedi vicino al tavolo. Stava intagliando una zucca.
Sospese il coltello a mezz'aria, fissandomi:
- Sei già in piedi? -
- Posso rigirarti la domanda? -, sibilai, massaggiandomi il petto.
- Non riuscivo a dormire.-
Sorrise.
- Felice Halloween, Severus.-
Non potei fare a meno di sorridere a quella sua espressione, a metà strada fra dispiaciuta e divertita.
- Anche a te. Come viene? -, indicai la zucca, sedendomi sullo sgabello.
- Oh, viene bene, non ti preoccupare! Vuoi un po' di caffè? -
- Alle cinque e mezza? Non dormirò più! -
- Pensavi di tornartene a letto? -
Alzai un sopracciglio, leggermente sorpreso. Mi diede la tazza col caffè.
- Dove dovrei andare a quest'ora? -
- Vestiti, che quando termino qui usciamo.-
Va bene, non volevo contrariarla, era un po' come mia figlia.
- E dove andiamo? -
- A fare una camminata. Poi a comprare la carta da parati, damascata, con le rose sopra. O vuoi che lasci la camera così? -
- Oh, la camera è tua, fà un po' come vuoi.-
Sì, m'era sembrata una risposta giusta e forse diplomatica, infatti mi guardò seria per un istante, poi annuì.
- Bene, a tra poco allora.-
Uscimmo di casa verso le 6.30, con l'aria che le faceva lacrimare gli occhi.
- Come fai a resistere? -, mi chiese, asciugandosi le lacrime.
- Dove insegnavo faceva freddo. Qualche anno e ti abitui.-
- Dove insegnavi? Al Polo? -
Ridemmo entrambi, poi mi prese sottobraccio:
- Allora, sono abbastanza ordinata? -
- Angelica, abiti da me da due giorni! -
- Già, bé, come ti sembra come inizio? Avanti, devo sapere come comportarmi, no? E se sbaglio e mi cacci? -
- Quando sbaglierai qualcosa, sarò il primo a dirtelo, non crucciarti.-
- Come vuoi..-
Divenne pensierosa per un attimo, poi mi guardò seria.
- Cosa mi dirai quando sbaglierò qualcosa? -
- Dipende cosa sbaglierai, immagino.-
- Dipende da cosa sbaglio?? In quanti modi potrei sbagliare? Severus, ti prego, ho paura davvero che mi lasci in mezzo alla strada perchè non so..-
Mi fermai di botto e mi girai verso di lei, con gli occhi di fuoco:
- Angelica, smettila subito! Questo discorso non ha senso! -
- Hai ragione, scusa..-, mormorò, e rimase silenziosa per tutto il tempo.
La città di mattina era uno spettacolo unico; per tutte le grandi strade regnavano il silenzio e i profumi. Le panetterie aprivano prestissimo e l'odore del caldo pane fragrante si espandeva nell'aria, assieme alle brioches appena sfornate. E il tutto scaldava l'aria fredda che soffiava per far sventolare sciarpe dai colori improbabili e baveri di cappotti e pesanti trench, tornati fuori dagli armadi e mai lasciati neppure nelle sere estive.
Attraversammo tutto il quartiere, fino al negozio d'arredamento, dove Angelica aveva visto la carta da parati che voleva.
Quando fummo davanti alla vetrina, le strinsi piano il braccio:
- Siamo arrivati.-, dissi dolcemente.
Lei annuì, ed entrammo.
- Tu vai pure a guardare quello che vuoi, io devo fare una cosa. Ti aspetterò qui, va bene? -, le chiesi.
- Sì, ok. Aspettami però, non andartene.-
Mi guardò coi suoi occhi dal colore indefinito, che sembravano tristi e quasi sul punto di piangere. Forse l'avevo ferita, forse era meglio parlarle.
Dopo l'avrei fatto, con più calma, quando avrei saputo cosa dirle.
Ci lasciammo davanti alla porta, dove ci ritrovammo quasi un'ora dopo.
- Allora, trovato tutto? -, domandai.
- Sì, avevano proprio quello che volevo. Hanno detto che verranno tra qualche giorno per metterla. Ti dà fastidio? -
- Certo che no.-
- E tu hai trovato quello che cercavi? -
- Mmm.. credo di sì. Speriamo in bene.-, sorrisi.
Per tutta la mattina parlammo pochissimo e il pomeriggio lei uscì, lasciandomi gentilmente solo a crogiolarmi nel mio senso di colpa.
D'accordo, forse me l'ero presa un po' troppo, ma non capivo proprio per nulla quel suo comportamento, quei suoi discorsi, quella sua paura di sbagliare a comportarsi e di essere cacciata.
Forse avevo detto qualche cosa che le aveva fatto venire dei dubbi? Forse credeva di essere un peso per me? Non sapevo cosa pensare, non sapevo di conseguenza cosa dovevo dirle. Le avrei chiesto che diavolo l'era preso e avremmo chiarito subito, maledizione.
Bé, con un tono un po' più gentile...
Uscii anche io, diretto al supermercato. Decisi che per quella sera avrei cucinato qualcosa di speciale, per Halloween.
Il mercato era affollato come non l'avevo mai visto, così dovetti per forza adoperare un pizzico di magia. Fermai il tempo per circa quaranta secondi e con l'incantesimo "Accio" le cose che mi servivano cadevano da sole nel cestino. Carote, lievito, arrosto, patate, piccole zucche gialle...
Neppure mezz'ora dopo ero a casa, intento ai fornelli ed alla magia.
Carote, lievito, latte e farina si mescolavano da soli in una teglia, che sarebbe stata infornata per figurare come una splendida torta, che avrei poi ricoperto con della glassa alle zucche gialle.
Con le zucche rimanenti preparai un risotto da leccarsi i baffi, mentre arrosto e patate si doravano al forno, con salvia e rosmarino.
Erano le nove, tutto era pronto in tavola e stavo stappando una bottiglia di vino rosso, quando Angelica varcò la soglia. Io non me ne accorsi, poi lei iniziò a balbettare.
- Sev.. Severus? Che.. che cosa è tutta.. tutta.. tutta questa roba?-
- Sei tornata! Speravo di non aver cucinato per niente! -, sorrisi.
Mi guardò, con gli occhi inondati di lacrime, che iniziarono a fluire lente.
- Oh, no, non credo sia così cattivo.-, scherzai rimanendo serio.
Lei rise e si tolse la giacca. Finalmente ci sedemmo a tavola ed iniziammo a mangiare. Era tutto squisito, per fortuna, e quasi nulla venne avanzato.
Al termine del davvero lauto pasto, ci rifugiammo sul terrazzo, coi bicchieri di vino. Mi sistemai sulla mia sedia a dondolo, lei si raggomitolò sulla sua poltrona, che s'era portata dietro nel trasloco.
- Vogliamo parlare di qualcosa? -, iniziai, con la voce calma e il più dolce possibile. Mi sarei riservato per dopo, se ce ne fosse stata la necessità.
Sperando vivamente che non fosse così.
- Parlare? Sì, va bene..-, sussurrò pianissimo. La voce si sciolse nel vento.
- Allora, inizio io? Mi dispiace per come mi sono inalberato stamane. Sinceramente tutte quelle tue preoccupazioni e soprattutto tutta quell'angoscia che avevi, mi hanno messo l'ansia! Posso sapere perchè eri così agitata? Io non ho intenzione di buttarti fuori di qui.-
Continuò a bere il suo vino, poi alzò la testa.
- Ho l'impressione che non t'importi niente di me, di esserti indifferente.-
- Questa è proprio bella! -
- Tu non hai mai una parola dolce, un gesto carino..-
- Ad esempio? -, chiesi, leggermente irritato.
- Per esempio.. non mi dai un bacio prima che esca, o non mi abbracci quando sono felice, o non mi stringi quando per strada fa freddo! Io ho bisogno di affetto, Severus, e tu non me lo dimostri! Non mi hai mai detto 'ti voglio bene' di tua spontanea volontà.. è facile dire 'anch'io', sai? -
A quel punto, respiravo a fatica, le mani ghiacciate stringevano il bicchiere senza sentirlo sotto le dita. Ero sicuro che da un momento all'altro si sarebbe frantumato a terra. No, Angelica, non puoi dire così. Sapessi quanto soffro a non dimostrarti il mio affetto! Chissà cos'avresti pensato se l'avessi fatto! Non posso crederci, tu lo volevi ed io non me n'ero accorto!
- Il fatto è che non sono mai stato molto affettuoso con gli altri..-
- Grazie, me n'ero accorta in qualche modo..-, disse sarcastica.
Quel suo tono m'irritò non poco, tanto che forse alzai un po' la voce.
- Vuoi la verità, piccola saccente? Non sapevo come avresti reagito ad un mio segno di affetto. Credevo avresti equivocato il mio interesse per te, con un bacio, o un complimento, o una parola dolce.-
Si coprì la bocca con una mano; gli occhi luccicavano per un pianto imminente. Abbassai il tono, divenni più dolce.
- Ti voglio bene, come un padre, Angelica. Pensavo lo sapessi. Ti considero un po' la mia bambina, una mia creatura. Se vuoi che sia più affettuoso, lo farò.. Forse lo avrei fatto comunque, un giorno o l'altro, senza la paura che tu potessi scappare.-
Singhiozzava, piangeva convulsamente, scossa da fremiti, bagnata dalle lacrime. Cadde in ginocchio davanti a me, si gettò fra le mie braccia, mi si strinse forte al collo.
- Scusa, Severus.. scusa..-, quasi urlava nel pianto.
Finalmente l'abbracciai anch'io e affondai il viso nei suoi capelli. Profumavano di rose.
Davanti a noi, la sua zucca sorrideva illuminata.
V. SPERANZE SPERATE E DECISAMENTE ABBATTUTE
Novembre passò in gran fretta.
Quattro giorni dopo quella sera, la camera di Angelica risplendeva di fantasie damascate e rosa bianche, e lei n'era contentissima.
Aveva ripreso l'università, ancora qualche settimana, poi sarebbe rimasta a casa fino a gennaio, per le vacanze di Natale e Capodanno.
Durante quel periodo, di notte la temperatura scendeva anche sottozero e la mattina si doveva uscire per forza ben coperti.
Avevo imparato a essere più affettuoso, come desiderava lei. Ed anche io.
La mattina, prima che uscisse, le davo un buffetto sul naso e la sera il bacio della buonanotte; quando tornava a casa da scuola, si rifugiava fra le mie braccia, piangendo se un esame era andato male, o stringendomi fortissimo se l'aveva passato col massimo dei voti. Devo ammettera ch'era un'alunna eccellente, anche in casa, visto che le davo una mano a studiare.
Dopo un po' di tempo, iniziammo ad avere le nostre abitudini: la mattina, mentre preparavo il caffè, mi ripeteva tutte le argomentazioni che avrebbe esposto quel giorno alla commissione; a pranzo mi chiamava, per farmi sapere com'era andata, poi mi diceva cosa preparare per cena. La sera, quando tornava a casa, portava con sé qualche fiore appena comprato, mangiavamo, poi stavamo ore a parlare in terrazzo, bevendo del vino, o ascoltando anche della musica. Mi raccontava tutto quello che l'era successo durante la giornata, poi un rapido bacio sulla guancia, e spariva i camera sua, fino alla mattina dopo.
Così, novembre passò in gran fretta.
La mattina del 16 dicembre era il suo primo giorno di vacanza. Nevicava.
Me ne stavo in camera mia, davanti alla finestra sigillata, a guardare fuori. Mi tornarono inevitabilmente alla memoria le distese che circondavano Hogwarts; le colline che in primavera fiorivano, d'inverno erano come enormi scodelle di panna, soffice, che si distruggeva al minimo contatto. Il sole pallido di dicembre la faceva brillare a chiazze, come tante piccole nebulose separate. Sospirai, colto da una vena di tristezza.
- Brutti ricordi? -, mi chiese, appoggiata allo stipite della porta.
Non mi voltai neppure; il suo riflesso sul vetro era quasi fatato.
- Non dormi più? -, le domandai.
Lei si avvicinò e mi abbracciò da dietro, circondandomi le spalle.
- Brutti ricordi? -, ripetè dolcemente, poggiando la fronte sulla mia schiena.
Le carezzai il braccio ed ebbi l'impressione di sorridere amaramente.
- Non brutti, ma forse tristi. A volte mi manca il passato.-
Mise la testa vicino alla mia, con il mento sulla mia spalla.
Guardai la nostra immagine sulla finestra; lei stava guardando i miei occhi.
- Non credevo si potesse.-, disse.
- Che cosa? -
- Avere nostalgia del passato. Quale passato manca mai al mio migliore amico? -, disse sorridendomi contro la testa.
- Un passato che non c'è più, ormai. Meglio non rivangarlo.-, aggrottai la fronte, sorridendo a mia volta.
- Ne sei sicuro? -
- Direi di sì.-
- Sicuro, sicuro? -
- Sicurissimo.-
- Andiamo a fare colazione? -, propose, dirigendosi in cucina.
- Mi sembra una buona idea.-, confermai.
Durante i giorni successivi, si comportava davvero stranamente. All'inizio non vi badai, ma quando vidi che usciva molto più spesso del normale e che le sue risposte erano evasive, iniziai un po' a preoccuparmi.
Una sera decisi di parlargliene; le dissi che era diventata un po' strana.
Lei rise di gusto, dicendo che non dovevo preoccuparmi.
- E dove te ne vai? -
- Non te lo posso dire, Severus! -
- Perchè no? -
- Diciamo che.. lo scoprirai il giorno di Natale.-, e così chiuse il discorso.
Ma certo, che stupido! Mi stava cercando un regalo di Natale!
Rimasi pensieroso. Nessuno mi aveva mai fatto un regalo e forse lei si preoccupava di quello che mi sarebbe potuto piacere; non le avrei mai detto che qualunque cosa fosse, mi sarebbe piaciuta perchè era stata lei a darmela. Guardai il calendario: domani era la Vigilia.
Mi alzai presto ed iniziai a fare l'albero, senza magia. Non era divertente per niente, al contrario di quello che Vitious aveva sempre sostenuto.
Poco dopo arrivò anche Angelica, e lei si divertì un mondo. Non so come facesse a far sembrare tutto quanto come una vera magia.
Lei si dedicò tutto il giorno alle decorazione da applicare in giro per la casa, mentre io mi ero rinchiuso in cucina per preparare il pranzo per il giorno dopo. Quando finalmente riuscii ad uscire da quell'inferno, era pomeriggio.
- E quello che diavolo è??!! -, urlai.
Mi guardò stupefatta e seguì il mio dito con gli occhi:
- Il vischio! -, rispose, alzando le sopracciglia, stupita dalla domanda.
- Lo vedo anche io che cos'è! Intendevo dire: che diavolo ci fa qui?! -
- Ma è una tradizione, il vischio! -
- Toglilo subito! -
- Non ci penso neanche! -
- Levalo da lì, immediatamente! -
- Ho detto di no! -
Era davanti a me, infuriata, rossa in viso, con la fronte aggrottata.
Non potei più resistere: iniziai a ridere come uno stupido!
- E perchè diavolo ridi, adesso? -, urlò come una furia.
- Va bene, lascialo..-, dissi, parlando a stento.
Il suo sguardo s'illuminò.
- ..ma non servirà a nulla.-, terminai, dolcemente.
Non mi sbagliai, era proprio delusione quella che lessi nel suo sguardo.
Mi rintanai in camera mia, a leggere. Lei uscì e tornò solo la sera tardi.
Durante la notte mi alzai e andai in camera sua; dormiva profondamente.
Mi diressi verso il salotto, con il pacco regalo in mano. Quel giorno al negozio di arredamento le avevo preso una lampada in stile Liberty, da tenere in camera sua. Erano venuti a consegnarla il pomeriggio della Vigilia e la mattina di Natale l'avrebbe trovata tutta incartata ed infiochettata sotto l'albero.
Era stato un sogno strano: nevicava, c'era una bufera ed io mi trovavo in mezzo alla neve in mutande! Poi arrivava Dumbledore, con una coperta di lana, me la metteva sulle spalle ed iniziava l'estate. Allora, io me la toglievo e ricominciava a nevicare.. E avanti così all'infinito. Era un incubo!
Mossi le gambe, sotto strati di coperte e lenzuola, nel dormiveglia: qualcosa m'impediva il movimento, qualche cosa di duro e pesante mi costringeva immobile. Balzai a sedere, impaurito, pronto ad urlare.
- Ti ho spaventato? -, mi chiese Angelica, inclinando la testa da un lato.
- Che.. che ci fai qui? -, balbettai, guardandola seduta sopra le mie ginocchia.
- Buon Natale! -, sorrise, come una bambina, allungandomi un pacco colorato.
Lo guardai, la guardai in faccia, tornai sul pacco.
- Oh.. grazie, anche a te.-
- Avanti, aprilo! -
- Non possiamo andare di là? Così tu apri il tuo..-
- No, no, no, aprilo qui, adesso! -
Iniziai a scartare la scatola; tolsi i nastri, strappai la carta. Davanti a me si presentò un'elegante scatola azzurra. L'aprii, per tirarne fuori una bellissima vestaglia da camera, in pura seta, con dei piccoli decori molto eleganti.
Guardai e girai tra le mani quel capo d'abbigliamento, con un'espressione da ebete in faccia. Era bellissima.
- Cosa ne dici? Ti piace? -, mi chiese lei, impaziente.
- E' bellissima! -, esclamai.
Mi abbracciò forte, poi balzò dal letto.
- Avanti, indossala e vieni di là. Devo aprire il mio regalo.-
M'infilai la vestaglia e guardai il riflesso sullo specchio. Mi calzava a pennello.
La raggiunsi in salotto; se ne stava con le gambe incrociate vicino all'albero, io mi sedetti sulla poltrona di fronte, curioso di cogliere ogni sua espressione.
- Lo apro? -, mi chiese, un po' maliziosa. Anuii.
Strappò la carta con decisione e ne trasse uno scatolone blu; lacerò i nastri e l'aprì. Non dimenticherò mai i suoi occhi, quando tirò fuori la lampada.
Io sorrisi. Lei mi guardò per un istante, poi iniziò a contemplare ogni particolare dell'oggetto che teneva fra le mani. Pareva tanto preziosa ai suoi occhi che rimasi in silenzio, incapace di dire qualsiasi cosa.
- O mio dio.. è.. è assolutamente perfetta.. è stupenda..-, mormorò, senza smettere di guardarla e toccarla.
- Sono felice che ti piaccia. Mi ha colpito appena l'ho vista.-
Mangiammo il pranzo che avevo preparato il giorno prima; tutto ottimo, mi disse lei. Era seduta di fronte a me, con una gonna rossa e un maglione nero, larghissimo. Era incantevole.
- Sei il migliorissimo amico del mondo, Severus! -, sorrise, stringendomi la mano attraverso il tavolo.
- E tu.. sei la peggior bambina del mondo! Io indosso la vestaglia da stamattina, mentre tu non hai ancora messo a posto la tua lampada! Corri! -, esclamai, fingendo di essermi arrabbiato.
Lei corse in camera, portandosi dietro la lampada Liberty. Io la seguii, prima con lo sguardo, poi mi alzai dalla sedia e mi fermai vicino alla porta d'entrata, dove c'era la porta della sua stanza, sotto al vischio..
La sistemò nella mensola appena sopra il computer, che in quei giorni era sempre spento, e l'accese subito. La luce che filtrava dalla cappa colorata proiettava macchie di colori anche sulle pareti ed il soffitto.
La lasciò accesa e mi raggiunse, sorridente e dolcissima.
- Sei sotto il vischio..-, mi disse.
- Sì, ho visto che non l'hai tolto.-, dissi sarcastico, incrociando le braccia.
- Conosci la tradizione? -
- Certo che sì. Sotto questa piantina.. ci si bacia..-, sussurrai.
Non so cosa stavo facendo, forse la vedevo diversa. Per fortuna, me ne accorsi in tempo. Lei era la mia migliore amica, ed io il suo.
Si avvicinò, mi avvicinai. Chiuse gli occhi, l'abbracciai. Le schioccai un bacio sulla tempia, il segno più affettuoso che potevo permettermi.
- Infilati il cappotto.. Andiamo a fare una passeggiata, eh? -, proposi.
Lei riaprì gli occhi e mi guardò. La sofferenza blu le velava gli occhi. Annuì.
Quando andò a vestirsi, sospirai.
VI. IL SOLE DELLA NOTTE
Dopo quel momento tutto sembrava essere tornato come prima, forse monotono, forse ingiusto, ma era tutto normale.
Almeno fino a quando, qualche sera dopo, successe l'inevitabile. Credo.
Dicembre era ormai al termine, solo due sere e sarebbe arrivato il nuovo anno. Io ero nella mia camera, intento alla lettura dell'ultimo tomo delle Trasfigurazioni nella Magia Oscura, cosciente che Angelica era nella sua camera, a smanettare con quel diabolico computer e che non sarebbe certo venuta da me. Non credevo di potermi sbagliare così.
Erano quasi le due, quando iniziò a piovere, e quando la porta della mia camera si spalancò ed entrò lei. Si avvicinò, silenziosamente, mentre io seguivo con gli occhi ogni suo passo sul parquet tirato a lucido, e si sedette sul bordo del letto. Certo che mi avrebbe parlato, chiusi il libro e lo tenni stretto.
- Lo so ch'è sbagliato.-, disse tristemente.
La guardai, senza capire a cosa si riferisse, poi le sue labbra si avvicinarono alle mie e le baciarono, pianissimo, quasi avesse paura di farmi del male.
E, sì, mi stava facendo del male, ma un dolore che penetrava lentamente.
Non potei sottrarmi a quel contatto, quel dolcissimo contatto. In quell'istante, mi parve che ogni sapore del mondo si mescolasse sulla sua bocca ed io non potevo più farne a meno. "Ne morirei", pensai, con gli occhi chiusi.
Stavo per allontanarmi da lei, per parlarle, quando schiuse la bocca. Un brivido freddo mi percorse la schiena, il sangue fluiva veloce, il cuore batteva impazzito. Era bellissimo, come un turbinio di arcobaleni, come tante gocce d'acqua che cadono e si spezzano in mille scintillii colorati, come se il tempo fosse stato nulla sino ad allora e solo in quel bacio capissi tutto quanto.
Si strinse a me, ed io a lei. La sentii piangere, percepii il sapore delle sue lacrime mescolato alla tenerezza della sua bocca.
Volevo urlare, allontanarmi, sparire da dove mi trovavo, ma non potevo, ero incatenato a lei, fin dal primo momento. Quanto, troppo tempo, avevo aspettato che succedesse, e lei era l'unica con cui lo volevo davvero, con cui lo desideravo febbrilmente.
Si strinse di più intorno al collo, per piangere sulla mia spalla. La tenevo stretta contro di me, per sentire il peso del suo corpo flessuoso contro il petto. Era davvero l'unica che desideravo.
Affondai il viso nei suoi capelli e respirai profondamente. Giusto, sbagliato, non aveva importanza. Io lo volevo, e tu, Angelica? Anche tu lo volevi? Sì, lo desideravi anche tu, ne sentivi la necessità.
- Voglio dormire.-, mi disse, rannicchiandosi contro di me, sbadigliando.
Le feci posto vicino a me e la tenni stretta, per sottrarla al freddo inverno che gelava tutto il mondo attorno. Si addormentò pressocché subito, con la testa poggiata al torace; la guardai dormire tranquilla, respirare con la bocca socchiusa, quella stessa bocca che pochi attimi prima avevo sotto la mia, gli occhi chiusi, gli stessi occhi che il giorno dopo mi avrebbero guardati.. come? Interrogativi, spaventati, tristi, al settimo cielo?
Domani sarebbe stato un nuovo sole, un altro cielo. Avrebbe soffiato un altro vento, sarebbero state dette altre parole, piante altre lacrime.
Domani sarebbe stato un altro futuro passato.
CAPITOLO 3 - VENTO D'AMORE
I. NUOVE ALBE, NUOVI TRAMONTI
Era una bella sensazione, l'amore, ed era anche la prima volta che l'assaporavo così a fondo. La mattina dopo la lasciai dormire nel mio letto, attorcigliata nelle lenzuola blu, mentre io me ne andai in cucina.
Preparai un caffè forte e lo bevvi davanti alle portafinestre, per guardare in strada: i cumuli di neve sui marciapiedi si stavano sciogliendo, invece ai lati delle strade avevano ghiacciato. Mi appoggiai di peso allo stipite di legno e terminai il caffè tutto d'un fiato.
Arrivò alle mie spalle di soppiatto, ma il suo riflesso sul vetro era inconfondibilmente luminoso. Si allacciò stretta alla vita, abbracciandomi da dietro. Il suo volto riflesso mi sorrise radioso.
- Pensavo di lasciarti dormire.-
- Appena ti sei alzato, ho sentito che mancava qualcosa. Non volevo stare da sola -. Mi guardò. - Hai già bevuto il caffè? -
- Sì, ma ce n'è ancora. Ne vuoi? -
- Me lo prendo, non ti preoccupare.-
Mi chiederò sempre cosa passò nei suoi occhi e nella sua mente in quell'istante, in cui mi guardava insistente, come se dovesse togliermi l'essenza della vita da dentro. Forse la paura che la lasciassi non l'aveva abbandonata ancora del tutto.
Le sorrisi, quasi a rassicurarla:
- Il caffè si fredda..-
Lei sbuffò, alzando gli occhi al cielo, e si versò il caffè.
Ci sedemmo sul divano, io per leggere il giornale, lei una rivista.
- Severus? -
- Mm..? -
- Domani è l'ultimo dell'anno.-
- Sì, lo so.-
- Cosa facciamo? -
Non c'avevo pensato, al Capodanno. Pensavo che lei sarebbe uscita coi suoi amici, ma gli ultimi avvenimenti avevano cambiato la situazione.
- Non lo so, non mi ero preparato niente, a dir la verità.-, alzai gli occhi dal quotidiano del giorno prima, che avevo letto a metà.
- Lo immagino.-, sorrise comprensiva. - Possiamo pensare a qualcosa insieme? Insomma, se vuoi, sennò vedrò di chiamare qualcuno..-
- Lo passiamo assieme.-, affermai sicuro. Era l'ultima parola.
- Ehi, che ne pensi di Trafalgar Square? Gente, festa, musica..-
Strizzai gli occhi, infastidito.
- Diciamo che.. ehm.. non mi piace molto il caos..-, mugugnai.
S'inginocchiò davanti a me e posò la testa sulle mie gambe.
- Lo immaginavo. Tocca a te: spara! -
- Io pensavo più a un ristorantino tranquillo, lume di candela, cena superba, vino, musica lenta..-
- Una serata romantica? -, spalancò gli occhi.
Passai le dita fra i suoi capelli setosi e glieli pettinai dietro le orecchie.
- Pensavo potesse piacerti..-, alzai le spalle.
- Sognavo una serata così, sai? -, sospirò, rifugiandosi fra le mie braccia.
- Lo so, te l'ho letto negli occhi.-, dissi.
Ed era vero. La sera prima, guardando nei suoi iridi opalescenti, avevo scrutato una voglia di dolcezza e di romanticismo che sognavano la mia compagnia, che si perdevano nei miei occhi.
Avevo tremato a quei pensieri, poichè ormai pensavo che la mia vita l'avrei vissuta da solo, fino alla fine. Ero felice di essermi sbagliato, seppur forse per un breve periodo.
- Davvero? -, mi domandò, alzando la testa, guardandomi attenta.
Io annuii, serio.
Mi baciò il collo, teneramente, carezzandomi i capelli lunghi.
- Vado a vestirmi.-, disse, ed uscì dalla stanza, diretta alla sua camera.
La seguii con gli occhi, fino a che fu sparita, poi guardai fuori. Albeggiava.
II. RESPIRO D'AMORE
Quel pomeriggio, approfittando del centro commerciale aperto, andammo a fare compere. Io non ne avevo voglia, o più semplicemente, non ne sentivo la necessità, ma Angelica mi trascinò letteralmente fuori di casa.
- Sei sempre chiuso qui dentro! -, mi rimproverò.
- Non è vero: andiamo spesso a passeggiare, o in libreria.-
- Sì, certo..-, sbuffò.
Arrivammo da Harrod's e si fiondò in un negozio di abbigliamento.
- Cosa fai lì impalato? -
- Ti aspetto qui, no? -
- No! Tu devi consigliarmi! Vieni dentro, forza.-
Mi trascinò dentro per un braccio, ed io mi sentivo estremamente a disagio. Non so quanto tempo fosse che non entravo in un negozio di vestiti così elegante e affollato. Passeggiammo lungo gli stretti corridoi, su cui si affacciavano manichini abbigliati con preziosi vestiti.
Ad un tratto mi fermai: in fondo alla parete, c'era un abito meraviglioso. Era lungo, molto semplice, di un colore blu notte. Non aveva maniche, né spalline, ed era corredato da un coprispalle trasparente, leggerissimo.
Glielo indicai. Sgranò gli occhi e corse verso il manichino. La vidi parlare con una commessa, che gliene fece avere un modello della sua taglia. Poco dopo s'infilò nel camerino, per uscirne abbigliata in modo strabiliante. Rimasi a dir poco incantato.
La stoffa scivolava perfettamente sul suo corpo snello e flessuoso, sottolineandone le forme piene. Era una donna splendida.
- Che ne dici? -, mi piroettò davanti.
- Sei bellissima, ti sta d'incanto.-, risposi, sconcertato.
- Davvero? -, arrossì un poco.
- Sì, davvero.-, affermai di rimando.
- Va bene, se ti piace davvero lo prendo.-
Certo, lei voleva apparire per me come un'adulta pronta ad un rapporto serio, con un uomo più grande. Ma io, in quel momento, mi sentii tremendamente vecchio.
- Andiamo? -, mi distrasse la sua voce.
- Sì, andiamo.-
Mi portò in un negozio di abbigliamento maschile, ma io sapevo già come mi sarei vestito: pantaloni neri dal taglio classico, una camicia immacolata e una giacca lunga fino al ginocchio, abbottonata all'inglese. E questo fu ciò che acquistai, con l'aggiunta di un paio di scarpe nere con la fibbia.
- Sei contento? -, mi chiese sulla strada del ritorno, passeggiando tranquillamente per le vie, mentre il mio braccio le circondava le spalle e lei mi teneva per la vita.
- Felicissimo.-, dissi sarcastiso.
- Oh, non fare il guastafeste! -, esclamò, ridendo.
- Come vuoi..-
Quella sera mangiammo la pizza in salotto, guardando la tv. Anche in quei semplici momenti era la cosa più bella e preziosa che potessi avere.
Il giorno dopo la vidi pochissimo, perchè rimase sempre in camera sua, davanti a quel computer. Alle cinque le portai il té:
- Si può sapere che stai scrivendo? Oggi non sei mai uscita di qui..-
- Sì, forse un giorno lo saprai, ma non ora.-
Mi diede un bacio velocissimo sulla bocca, e tornò al suo monitor.
Il ristorante era prenotato per le nove; non avevamo avuto problemi con il posto libero, perchè credo fosse il ristorante più bello e meno conosciuto dell'intera Londra, situato in un luogo romantico ed appartato, frequentato solo da bella gente, e molto elegante. Non so come avevo il coraggio di andare. Fatto stà che alle sei lei iniziò a prepararsi ed ebbe finito soltanto poco prima di uscire di casa.
- Angelicaaaa! Facciamo tardi! -, urlai dalla porta. Il taxi ci aspettava.
- Arrivo, un attimo! -
Apparve come un angelo, a suo agio sopra dei tacchi vertiginosi, con il vestito che le aderiva perfettamente e lo challe che svolazzava intorno alle spalle. Un trucco leggero, un'acconciatura elegante.. Era magnifica.
- Sono pronta.-, mi prese sottobraccio, si strinse a me.
- Sono fortunato.-, le sussurrai. Mi guardò, arrossì.
Quando arrivammo al locale, il proprietario venne personalmente:
- Il signor Snape? -
- Sono io.-, dissi, un po' infastidito. Odiavo il mio cognome.
- Da questa parte, prego.-
Fummo accompagnati ad un tavolo che s'affacciava sul panorama della città, poichè il ristorante era sopra un collinetta appena fuori Londra.
Si vedevano migliaia di lucine colorate e l'unico suono era il vento.
- E' meraviglioso..-, disse pianissimo, guardando oltre la balaustra dell'ampio terrazzo sul quale mangiavamo.
- Sì, davvero.-, risposi, rimirando il suo profilo illuminato dalla luna.
Dio, com'era bella. In quel momento l'avrei presa fra le mie braccia, mi sarei perso nei suoi occhi. "Non puoi essere vera", le avrei detto amaramente, incredulo di tanta fortuna. Era semplice, vestita in quel modo raffinato, che le calzava a pennello. Mi ero accorto degli occhi puntati su di lei, appena entrati nella hall, ma lei non guardava che me, stringendomi forte il braccio. Perchè proprio io? Perchè un altro fardello, dopo tutta la mia vita di sofferenza e di rancori? Perchè?
- Mi stai fissando.-, sorrise.
- Davvero? -
- Sì. Sono un po' in imbarazzo..-, bevve un po' di vino bianco.
- Non devi. Sei bellissima.-
- Davvero? Anche tu, sei molto affascinante.-
Affascinante? Io mi sentivo un idiota. Che diavolo ci facevo lì?
- I signori vogliono ordinare? -
- Sì, il miglior pesce che avete, per due.-, dissi. Lei annuì.
Poco dopo, avevamo davanti le migliori ostriche del mondo, e il salmone, e delle ottime aragoste. Il vino scorreva delizioso.
Erano le undici e trenta. Venivano preparati i fuochi d'artificio.
- Sai che ancora non ti conosco? -, mi chiese, mentre il cameriere portava via i piatti vuoti. La guardai, un po' stupefatto.
- Che vuoi dire? -
Sapevo benissimo cosa intendeva, ma cercavo di allontanare il più possibile il momento della verità.
- Il tuo passato, il tuo lavoro.. Non hai nemmeno delle foto. Ho scoperto stasera il tuo cognome! -
- Vogliamo rovinarci la serata? -, domandai, torvo.
- Mi sfuggi, Severus.-
- Non è vero.-
- Sì, ch'è vero. E lo fai ogni volta che ti voglio parlare.-
Le presi una mano attraverso il tavolo e la carezzai dolcemente.
- Hai ragione, Angelica. Il fatto è che l'argomento non è dei più piacevoli, ma ti prometto che te lo racconterò, va bene? -
Sorrise:
- Sì.-, disse.
- Vogliamo ballare? -, proposi, invitandola come un vero signore.
- Certo.-
L'orchestra suonava una canzone lenta, melodiosa.
La strinsi a me e poggiai il mento alla sua tempia. Il calore del corpo, il suo profumo, la pienezza della forme.. tutto mi faceva tornare all'oblio di quel bacio, dato in una sera d'inverno.
- A cosa pensi? -, mi chiese.
Non potevo resistere ai suoi occhi. Erano puri, potevo leggervi dentro.
- Al bacio..-
- Al bacio "Lo so ch'è sbagliato"? -, rise.
- Sì, quello.-, risi anch'io.
- E' l'unico bacio che ti ho dato.-
- Non è vero, ci siamo baciati ancora.-, affermai.
- Severus, lo sai cosa intendo.-
Quella sua frase mi colpì al cuore; era l'unica volta in cui i nostri sapori si erano mischiati completamente, persi in un accecante turbine di desiderio, l'unico contatto in cui le nostre labbra si erano fuse, e cercate, e trovate.
- E' vero..-, ammisi, quasi stordito dal pensiero.
S'insinuò di più contro di me, la mia mano le circondava i fianchi, tenendola stretta. Era bellissimo sentirla poggiata al mio petto, il suo respiro caldo e profumato sul collo, sul viso.
- Vorrei che succedesse ancora, Severus. Vorrei poter essere tua, senza sentirmi in colpa.-, sospirò.
Le alzai il viso, baciai le lacrime che scendevano lente sul volto.
- Ti senti in colpa? -, le chiesi vellutato.
I miei occhi neri brillavano e si specchiavano nei suoi, grandi e luminosi.
- Ogni volta che ti guardo, mi sento in colpa, ogni volta che ti sfioro con la bocca, che ti guardo troppo a lungo, ogni volta che sembri possedermi con gli occhi, mi sento in colpa. Ogni volta che ti vorrei stringere e fare l'amore con te, mi sento in colpa.-, disse tutto d'un fiato.
La musica era finita, eppure sembrava ancora ronzarmi nelle orecchie. Tutti si erano avvicinati alla balaustra, per ammirare i fuochi che di lì a poco sarebbero esplosi, per il nuovo anno.
Noi eravamo soli, al centro della pista, ed io ero come morto dentro.
Si sentiva in colpa, perchè voleva fare l'amore con me.
"Più simile di quanto credessi", avevo detto molto tempo prima. Quella ragazza era precisamente uguale a me.
Sentivamo entrambi che se fossi penetrato in lei sarebbe stato un errore, uno sbaglio tremendo, ma non potevamo impedirci di amarci in silenzio, ogni giorno, senza parlare se non con gli occhi.
- Andiamo, fra poco iniziano lo spettacolo.-
Sì, andiamo, Angelica, ma non dimenticherò mai il respiro della tua voce quando dicesti che volevi fare l'amore con me.
III. CARNE GELIDA
Ero divenuto più taciturno del solito, ma quelle sue parole mi avevano colpito fin troppo per poterle ignorare così. Lei usciva ogni giorno, cercava di evitarmi il più gentilmente possibile, rispondeva a monosillabi.. Era un'altra persona, e la mia mente continuava a sentire la sua voce ripetere quella frase:"Ogni volta che ti vorrei stringere e fare l'amore con te.. Fare l'amore con te..". Era uno strazio sentirne l'eco fin dentro le ossa, eppure assolutamente inevitabile.
Ma quello che mi faceva stare peggio era che lei voleva conoscere il mio passato, la mia vita. Dovevo far riaffiorare i ricordi che avevo così faticosamente respinto nell'angolo più remoto della testa e del cuore.
Avrei dovuto sopportare di nuovo il dolore di rivivere la mia vita, e l'avrei fatto solo per lei, per rompere quella barriera che in quella maledetta settimana s'era innalzata nel nostro piccolo mondo, fatto di parole e caffè.
Sera, fuori pioveva a dirotto; l'aria fredda profumava di menta.
La porta della sua stanza era socchiusa e un fascio di luce colorata filtrava in corridoio. Aveva la lampada accesa.
Mi soffermai per un attimo. Entro oppure no?
- Disturbo? -, aprii di più la porta. Stava scrivendo al computer.
- No, entra pure.-
Non mi aveva neppure guardato, non aveva sorriso, nessun dolce bacio.
Mi sedetti sul letto: aveva le lenzuola con gli orsetti, che avevamo comperato qualche settimana prima.
- Ne vogliamo parlare? -, suggerii, calmo.
Ero sempre io che dovevo iniziare la discussione.
- Se ci tieni..-, rispose, alzando le spalle.
- Va bene, allora vieni qui ed ascoltami.-, m'inalberai. Non sopportavo che mi si mancasse così di rispetto.
Spense il marchingegno infernale e si sedette dall'altra parte del letto.
- La mia vita ti sembrerà irreale, fantasiosa, inventata perfino. Ma è tutto vero, Angelica, e ti giuro che non sto impazzendo.-
- Mi metti i brividi.-, sentenziò sarcastica.
La guardai, gelido.
- Non credo tu sappia cos'è la vera paura, mentre io l'ho vissuta e sofferta ogni giorno della mia vita, dalla resurrezione del Signore Oscuro.-
Silenzio.
Respirava più forte, mi guardava come se stessi delirando.
- Di cosa stai parlando? -, balbettò, allontanandosi ancora.
- Sono un mago, Angelica.. un vero mago, ed ero professore di Pozioni, alla scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts.. E' in un luogo segreto, a cui si può arrivare in treno, da King's Cross.. da un binario nascosto.-
- Non è vero.-, disse.
- Sì, è vero. Ed è questo il motivo per cui non te l'ho voluto dire: non mi avresti creduto, molto semplicemente.-
- Ma.. ma tu non hai mai fatto magie..-, scosse la testa, incredula.
- L'ho usata ad Halloween, per cucinare.-, rivelai.
- Non è vero.-, disse, camminando in giro per la stanza. Continuava a toccarsi i capelli, coprirsi la bocca..
- Non è vero.. non è possibile..-, ripeté. - Questa roba non esiste! Semplicemente non esiste! Ti prendi gioco di me, forse? Credi che sia una stupida? Chi sei veramente? -
La fissai, incredulo.
- Angelica è tutto vero. Te lo posso giurare! Ti prego, credimi.-, urlai. Non sopportavo di vederla così agitata.
- Prendimi in giro. Come puoi farlo, eh? Tu.. tu sei tutto per me, Severus. Forse è meglio che me ne vada.-
Prese un borsone dall'armadio ed iniziò a riempirlo di roba. Io continuavo a guardarla, inerme, triste, senza sapere cosa fare. Ecco, mi ero rivelato, ed ora ne avrei pagato le conseguenze.
- Ti prego, credimi..-, ripetei sottovoce.
Mi guardò con aria di sfida.
- Pensavo fossi diverso dagli altri, Severus, questo sì.. Ed invece sei precisamente come loro: meschino e bugiardo! Non posso credere che tu riesca a mentirmi così.-
La fissai, incredulo. Mi faceva male sentirla parlare così, era come se tutto quello per cui ero diventato un altro stesse sparendo. Mi mancava quasi il respiro, la collera mi pulsava le tempie, ma parlai comunque.
- Credi davvero che potrei mentirti così? A quale scopo, eh? -, quasi urlai, arrabbiato.
Non la feci neppure rispondere; presi la mia bacchetta e pensai all'incantesimo più semplice e bello che potessi mostrarle.
- Nomea Luminos! -, sussurrai.
Un filo dorato iniziò a scorrere dalla punta della bacchetta, fino a formare il suo nome, scintillante, sospeso nell'aria.
- Oppure questo: Astrum Serpens! -, dissi ancora.
Delle piccole stelle luminose si fermarono davanti a lei, e presero a formare una sorta di costellazione a forma di serpente, di uno smeraldo brillante.
Quando tutto sparì, la vidi pallida ed impaurita. Prese il borsone e, senza dire una parola, se ne andò.
Passai due giorni d'inferno. Il tempo non voleva migliorare, e così il mio umore; passavo dal letto al divano, ascoltando struggenti canzoni d'amore perduti, bevendo whisky come un ubriacone disperato.
Ma lei mi mancava da impazzire. Sfioravo le sue cose, odoravo i vestiti che aveva lasciato: sapevano di lei e di rose.
Non avrei mai creduto che potesse entrarmi così tanto nella pelle e nel cuore, coi suoi sguardi dolci, con le sue parole, con la sua voce. Era divenuta tutto per me. Tutto.
Finalmente tornò, dopo il tramonto, dopo due giorni da impazzire.
Bussò alla porta, andai ad aprire. Era in lacrime, la faccia arrossata, fissava il pavimento.
- Angelica..-, sospirai.
Lei non disse nulla, andò solo a farsi la doccia, mentre io mi sedetti sul bordo del suo letto.
Quando venne in camera indossava una t-shirt e dei pantaloni larghissimi; s'inginocchiò davanti a me.
- Ma.. ma tu sei proprio un mago? -
Annuii.
- Sì, lo sono.-
Scosse la testa.
- Non posso crederci..-, disse in un soffio, prima di ricominciare a piangere.
- Ho avuto paura... paura di te..-, singhiozzò ancora.
Le presi il volto tra le mani. Non potevo pemettere che avesse paura di me, che fosse terrorizzata da ciò che ero. Avrei rinunciato a qualsiasi cosa per lei.
- Non devi avere paura, non succederà più se non vorrai. Per me era importante che lo sapessi. Ti voglio bene, mia piccola Angelica.-
Si issò sulle ginocchia e me la ritrovai fra le braccia, avvinghiata alla mia carne gelida, svuotata di ogni emozione, pronta per accoglierne di nuove. La strinsi forte. Era tutto ciò che volevo in quel momento, in quella notte di gennaio, in cui il vento ululava e l'acqua scrosciava piano.
I capelli disordinati mi solleticavano il viso, la sua bocca premuta sul collo, i suoi occhi umidi che bagnavano la mia pelle, arsa d'amore.
- Ti amo, Severus, ti amo perchè sei tu e nessun altro.-, sussurrò, sfogando le sue lacrime su di me.
- Non devi piangere, Angelica. Non devi piangere..-, le carezzai i capelli, la schiena, le braccia, il viso.. Mi persi nei suoi occhi, cercai la sua bocca, disperato, come se senza avessi potuto perdere ogni speranza di vivere. La trovai. Le schiudemmo nello stesso istante, per perderci l'uno nell'altro, senza pensare a niente che non fossimo noi. Era buona, sapeva d'amore, aveva il sapore dell'aria fresca, dell'acqua preziosa nell'arido deserto. Era tutta la mia vita.
- Voglio dormire con te, tienimi stretta.. per stanotte.. ti prego.-
Mi sdraiai sul suo letto, poggiò la testa sul petto, ci stringemmo forte.
- Grazie per essere qui.-, mormorai al suo orecchio.
- Grazie per permettermi di esserci.-, rispose, rannicchiandosi ancora di più contro il mio corpo.
Gliel'avevo permesso, ne avevo bisogno, avevo bisogno di lei, del suo respiro, delle sue labbra, che ormai sentivo come mie..
S'era addormentata, abbracciata come una bambina al suo pupazzo.
- Respirami dentro..-, mormorai, guardandola così tranquilla.
Mossi una mano sopra il suo capo, lasciando una scia di scintille che scomparvero subito. Girò la testa verso di me, continuando a dormire.
- Respirami dentro.-
IV. DOLCISSIMA ESSENZA
Mi svegliai. Lei non c'era più, vicino a me, ma sentivo le note di "Just the way you are" che venivano dal salotto. Sorrisi, nella stanza ancora buia.
Andai in salotto e la vidi darsi da fare in cucina, vestita con una canottiera leggera ed un paio di pantaloni da pigiama.
- Buongiorno, Angelica.-
- Buongiorno, amore. Stavo preparando la colazione. Vuoi il caffè? -
Mi allungò il vassoio, dove c'erano le tazze piene e i toast appena fatti.
- Sei un'ottima cuoca..-, le dissi, addentando una fetta di pane.
- Come ti senti, stamattina? -, domandò, bevendo il suo caffè.
- Ho dormito bene. Profumi di buono, lo sai? -, aggiunsi, agrottando la fronte.
- Non dire sciocchezze..-
- E' vero. I tuoi capelli sanno di rose.-
Arrossì.
- Andiamo fuori, oggi? -, chiese poi, lavando piatti e tazzine.
- Certo, dove vuoi.-
Era il gennaio più bello che avessi mai vissuto. La neve soffice ricopriva i parchi in candide distese e il sole pallido riscaldava appena l'atmosfera.
- Che dici di andare in libreria? -, mi strinse la mano, per la prima volta.
- Sì, in libreria va bene. Tu e il silenzio. La mia vita è perfetta, adesso.-
- Anche senza il silenzio, sarebbe perfetta. Credo ti potrei bastare, sai? -
- Non ho assolutamente dubbi! -, ironizzai, stringendola.
- Ehi, professore, parlo sul serio! -, si voltò e mi baciò.
- Mi hai convinto! -, sorrisi.
Entrammo in libreria e camminammo mano nella mano in mezzo a tutte le pile di libri addossate a muri e scaffali. Romanzi, saggi, manuali..
- Che dici di questo? -, mi mostrò un tomo di quasi dieci centimetri.
- Che diavolo è? -
- "Compendio della Letteratura dal XVI secolo". Sembra interessante..-
- Ne hai da leggere finchè campi! -, aggrottai la fronte.
Mi guardò, schiuse la bocca, per parlare, ma non disse nulla.
- Avanti, puoi parlare.-, la spronai.
- No, non importa.. non è importante..-
Mi portò fino al reparto dei bambini, dove c'erano favole, libri da colorare, storie inventate, libretti con gli orsacchiotti.. Sorrisi.
- Uh, uh.. vediamo un po'..-, scelse un libretto grande come la mia mano, tutto azzurro con l'alfabeto stampato sopra.
- Che cos'è? -, chiesi.
- E' per i bambini..-, disse, iniziando a ridere.
- Bambini? -
- Sì.. personcine in formato tascabile. Pensa, un piccolo Severus Snape! -
Rise come una matta, mentre la guardavo.
- Bambini..-, ripetei. - Non credo mi sentirei a mio agio.-
- Perchè no? Ogni uomo è sensibile ai bambini.-, mi disse, prendendomi per mano, uscendo dalla libreria.
- Tu vorresti dei bambini? -
Sospirò. Gli occhi le brillavano. Emanava una dolcezza sconcertante.
- Credo di sì.. Due o tre bambini in giro per la casa, di cui prendermi cura, un marito che ritorna la sera, che sta con loro, che li mette a letto, che fa l'amore con me.. Mi piacerebbe sì.-
Mi guardò, con quel suo sorriso a cui non sapevo resistere. La baciai, la strinsi forte. E se fosse stata lei la donna della mia vita? Avremmo potuto avere dei bambini, avrei fatto l'amore con lei.
Passeggiavamo per le strade e lei parlava animatamente del futuro, di quello che sognava per l'avvenire. Non disse mai il mio nome, durante quei suoi discorsi, ma solo come parlava capivo di essere io l'uomo che desiderava.
E anch'io la volevo.
Non so cosa fosse successo in quel periodo, ma era diversa, era una donna. Ai miei occhi non era più la bambina che avrei potuto avere, non era più l'amica che poteva confidarsi con me.. era molto più di tutto questo.
I baci che ci davamo risvegliavano un calore che credevo di non avere più. Il mio corpo rispondeva sempre più concitatamente a quel richiamo irresistibile che stava diventando. Avrei dovuto aspettare che fosse lei a prendere l'iniziativa? Avrei dovuto attendere che mi dicesse "voglio fare l'amore con te"? Non sapevo se ci sarei riuscito. Si stava impadronendo lentamente dei miei sogni ed a quel punto capii che il momento doveva essere vicino.
Quella sera ero seduto fuori, con il mio bicchiere di vino rosso. Il sangue mi ribolliva, pensavo a lei, al suo corpo, alla sua dolcezza. La volevo, la bramavo.
Rientrai, fino alla sua camera. Rimasi in piedi, davanti alla finestra. Da quella parte si vedeva il parco, dove la neve si scioglieva a chiazze.
- Mi aspettavi? -
La sua voce ronzò fino alle mie orecchie, come se fosse fatata. Il suo riflesso s'ingrandiva, man mano che s'avvicinava dietro di me, coperta dall'asciugamano rosa pallido. Era appena uscita dalla doccia.
Mi abbracciò, com'era solita fare, ma io mi girai e la strinsi forte fra le braccia e la baciai, come mai avevo fatto.
Profumi di buono, Angelica. I tuoi capelli sanno di rose.
L'asciugamano cadde, rivelando le sue forme piene ed imperfette. La vidi arrossire e la strinsi ancora di più. La baciai più delicato, più dolce, poi la presi in braccio, fino a deporla sul letto, sotto di me. Rabbrividì.
Eravamo nudi sopra quelle lenzuola, a guardarci negli occhi, fino a quando la vidi rilassarsi e il rossore sulle guance sparì.
Il suo cuore batteva impazzito, sotto la mia bocca, e batté ancora di più quando non potei più resistere ed entrai in lei.
I petali di quel fiore vergine si aprivano per la prima volta, mentre li laceravo lentamente.
La sua bocca cercava la mia, e si apriva in cerchi di stupefatto piacere.
Era bella, bellissima, con le lacrime che rigavano le guance sudate, le mani che mi tenevano stretto, mentre il mio viso sfiorava la sua pelle e affondava nei suoi capelli.
Volevo cogliere l'essenza di quella dolcissima creatura, l'anima che portava dentro così candidamente, piena d'amore.
Sospirò a lungo, sussurrò il mio nome fra le lacrime e quando infine liberò il suo profondo essere carnale, la baciai.
V. "JUST THE WAY YOU ARE"
Fui svegliato da un raggio di sole, che mi colpì proprio sugli occhi chiusi.
Lei era sdraiata sopra di me, con il mento sollevato, che mi guardava con gli occhi lucidi e le labbra scure. Si vedeva che aveva fatto l'amore.
Non sapendo che dire, sorrisi, un po' in colpa, e la baciai. Lei sospirò.
- Che cosa c'è? -, le carezzai i capelli, che brillavano al sole nascente.
- Mi hai fatto male.-, sussurrò. - Credo di aver sporcato le lenzuola.-
La strinsi forte fra le braccia. Lo sapevo, non avrei dovuto lasciarmi andare così, ad un desiderio ch'ero sempre riuscito a dominare.
- Mi dispiace.. forse non dovevamo..-, dissi.
- Oh, no. Io lo volevo, Severus. Davvero.-, annuì decisa.
Chiusi gli occhi. Anche io l'avevo voluto, anche io, anche io..
- E lo rivoglio altre dieci, cento, mille volte! -, rise.
- Tutte insieme?? -, sgranai gli occhi.
Ridemmo insieme fragorosamente, poi mi alzai e indossai la vestaglia che mi aveva regalato. Lei era ancora avvolta nelle lenzuola; seguii il profilo del suo corpo coperto, fino a dove la candida stoffa si tingeva di rosso, dal sangue che aveva perso. Sentii una stretta al cuore. E lei era bellissima.
- Cosa c'è? -, mi chiese, con la sua voce ancora assonnata.
- Nulla, credo. Vai a farti un bagno caldo, poi starai meglio.-, le consigliai, baciandole la fronte.
Mi rifugiai in cucina, accesi lo stereo per distrarmi dai pensieri di autosotterramento che mi flashavano la mente. Cantavano "Just the way you are". Era la sua canzone preferita, era la mia canzone preferita.
Succo di frutta, toast, ciambelle.. la colazione era pronta.
Angelica mi raggiunse poco dopo, indossando l'accappatoio rosa con le sue iniziali stampate in color oro: A H.
Canticchiò le parole della canzone assieme alla radio. Io la guardai, sorrisi.
- Sai, Angelica, pensavo.. che al nostro matrimonio potremmo farla cantare in chiesa. E' la nostra canzone..-
Mi guardò, tenendo la tazza a mezz'aria.
- Tu dici.. che noi..-, iniziò.
- Perchè no? E' inutile continuare a stare insieme così, non credi? -
- Oh, sì, hai ragione. Lo voglio, Severus, lo voglio, lo voglio! -, iniziò ad urlare, ridendo e piangendo nello stesso momento. Ci abbracciammo forte, congiungemmo le nostre labbra per sugellare quall'accordo d'amore.
- Hai riportato l'aria nella mia vita.-, le dissi.
Sorrise.
- Ed io ti amo così come sei.-
FINE