SENZA UN MOTIVO APPARENTE


1. PASSATO EVANESCA!

Le lettere rosse indicavano appena tre gradi. Faceva freddo, sì, me ne accorgevo dal bavero della giacca tirato su che sbatteva sulla guancia. Le mani, anche se nascoste dalle profondità più recondite delle tasche, erano ghiacciate.
Ed era appena ottobre! Ancora una volta mi stupivo di qualcosa cui non ero abituato, come la Londra mònotono dell'inverno che si accingeva ad arrivare. Camminavo velocemente per arrivare a casa, quando iniziò a piovere. Sorrisi e scossi la testa. Corsi sul marciapiede, evitando di andare contro le persone che venivano dalla direzione opposta, che si riparavano col giornale e sprofondavano nelle pozzanghere che si erano formate velocemente.
Entrai in un bar, giusto per aspettare che smettesse l'acquazzone improvviso.
Mi sedetti ad un tavolo vicino la vetrina e guardavo chiunque passasse correndo vicino al vetro tempestato di gocce.
- Cosa prende? -
Mi voltai.
- Un latte tiepido macchiato.-
La cameriera se ne andò e la seguii con gli occhi.
Avrebbe potuto avere qualsiasi età, con quel viso che io definisco eterno; nessuna espressione particolare, nessun sentimento trasparente, i capelli dal colore chiaro ed indefinito. Era un po' sovrappeso, ma il grembiule grigio le stava davvero bene.
Mi portò il mio latte, e tornò dietro al bancone, dove continuò a servire innumerevoli alcolici a qualsiasi uomo entrasse. Il caffè si riempì in pochissimo tempo e decisi che c'era fin troppa confusione per i miei gusti; mi alzai e tentai di arrivare alla cassa senza pestare i piedi di nessuno. Era quasi impossibile muoversi in quel dannato buco!
La porta si riaprì e una nuova folata di vento si mescolò all'aria viziata del locale.
Fui spinto da qualcuno ed improvvisamente una ragazzina sbucò davanti a tutti.
- Mi scusi.. mi scusi! -, cercò di chiamare il barista, ma erano tutti indaffarati e nessuno le prestò attenzione.
- Levati dai piedi! -, le urlò qualcuno.
- Vattene al diavolo! -, rispose lei, infuriata. Si rivolse di nuovo alla cameriera: - Mi scusi, avete un telefono? -
La sua voce venne sovrastata da tutti gli altri, infatti la donna la guardò senza capire, con un'espressione beata sul viso.
- Al diavolo, al diavolo! -, ululò l'altra sbattendo una mano sul bancone. Riuscì a tornare indietro e uscì di nuovo per la strada.

Credevo non sarei mai riuscito ad uscire da quella trappola, ma dopo un quarto d'ora di fila ero per strada anche io. Stavo per accendere una sigaretta, prima d'incamminarmi, quando mi voltai e la vidi ancora lì fuori dal locale, che cercava disperatamente di fermare un taxi. Proprio in quell'istante iniziò a correre a piedi nudi, con le scarpe in mano, in mezzo alla strada.
La gonna, paradossalmente leggera, sventolava come una foglia che si stia per staccare dall'albero secco.
Socchiusi gli occhi per un nanosecondo; avrebbe potuto avere.. quanto?.. forse ventidue, ventitré anni al massimo.
- Vattene al diavolo anche tu, maledetto idiota! -, la sentii urlare al tassista, che si stava allontanando tranquillamente.

Si rimise le scarpe e mi passò di fianco, stringendosi nella giacca di tweed.
- Le serve un telefono? -, le domandai, mentre il tabacco s'incendiava ed espiravo il fumo; formò una nube azzurrognola che si dissolse in un soffio.
Si girò di scatto.
- Sì, esatto, ed a quanto pare nessuno vuole aiutarmi in questa maledetta città! -
Non urlava più, ormai, e la sentii tirare su col naso. Era molto, molto nervosa e forse stava per mettersi a piangere.
- Venga, abito qui vicino. Può bere qualcosa di caldo e usare il telefono.-
Annuì. Mi avvicinai, facendole cenno per accompagnarla. Tentai di sorridere. Lei, sebbene cogli occhi lucidi, ci riuscì.

Non pioveva più e l'aria gelida indolenziva la fronte. Camminava di fianco a me, raggelata, con la gonna bagnata appiccicata alle gambe; io guardavo avanti, senza voler parlare, né guardarla.
Si era formato un silenzio pacifico; ognuno coi suoi pensieri, con i progetti del futuro pronti nella testa, messi a punto per essere applicati. Non importava il passato e il presente era solo un momento per preparare il futuro.

- Perchè lo fa? -, mi chiese.
Tornai al passato. Hogwarts. Serpeverde. "Dieci punti a Serpeverde!". Stupidi Gryffindor. "Potter, te ne pentirai!".
- Abito qui vicino.-
No, non era una scusa. La verità era il desiderio di espiare un passato che lei ignorava e di cui io stesso ricordavo solo ombre.
- La ringrazio, comunque. Lei non se ne rende conto, ma mi salva la vita.-
Stava scherzando? Salvare la vita? Non era questo il mio programma, ma se così era, tanto meglio.

Quando arrivammo sotto casa, stava per ricominciare a piovere.
- E' sempre così, vero? -
Mi voltai, con il panico infondato che si riferisse a qualcosa del mio passato. Non era così, naturalmente.
- Intendo il tempo.. piove spesso, vero? -
Tirai silenziosamente un sospiro di sollievo.
- Sì, in genere inizia verso novembre ma quest'anno il brutto tempo ha anticipato.-

Chiusi il portone e le feci strada su per le scale. Ripensai alla domanda sul tempo; sembrava stupita per il clima londinese perciò non doveva essere di queste parti.
- Ecco, ci siamo.-
Eravamo arrivati al terzo ed ultimo piano del palazzo, dove si trovava il mio appartamento. Quando aprii la porta fui investito dall'odore di sigaretta e di chiuso. Mi dispiace, non sapevo avrei avuto un'ospite.

Appena dentro si precipitò al telefono; io non dissi niente, andai in cucina e preparai un tè caldo.
Parlava piano, dal salone arrivava un parlottìo sommesso, poi un breve pianto. Silenzio.
Forse dovevo andare di là.. no, meglio aspettarla in cucina, meglio non intromettersi.
Sospirai, mi strofinai gli occhi con una mano.
- Grazie mille -, mi disse quasi sottovoce, sorridendo. Era appoggiata allo stipite della porta e guardai la gonna bagnata.
- Se vuole un paio di pantaloni..-
Si guardò.
- Oddio, ha ragione, sono fradicia! Le sarei molto grata.-
- Nessun disturbo -, tagliai corto io. - Glieli prendo subito.-

Andai in camera ed aprii l'armadio. Sorrisi, scossi la testa.
Presi una tuta da ginnastica che non usavo da secoli e rimasi fermo in silenzio.
Dalla cucina arrivava il fischio della teiera.
Lei cantava un motivetto jazz.

2. UNA LACRIMA SULLA BOCCA SCHIUSA

Le portai la tuta, si era accomodata e beveva già il té fumante. Con un goccio di limone, senza zucchero.
- Tenga, le starà un po' grande ma tiene caldo.-, le dissi, sedendomi a mia volta. Feci una smorfia di dolore, la gamba mi faceva male. Per un attimo, mi venne in mente Malfoy. Una pugnalata. Ridono. Sangue. "Sono ferito!".
La prese, mi guardò.
- Sta bene? -
- Sì, non è niente.-

Continuò a guardarmi, mentre bevevo il mio té e fissavo un punto qualsiasi di un altro universo lontano.
Pensavo alle formiche. Chissà come vivevano, loro, qual era lo scopo della loro vita. Mi sentivo una formica, non ragionavo più, era tutto meccanico. Andavo avanti per inerzia. Severus la formica. Non ero più un professore, ma una formica. Solo le piccole zanne appuntite mi davano fastidio. Questione di abitudine, come per tutto.

- Non sorride mai.-, mi disse. Soffiò sul té, il suo fiato mi arrivò in faccia.
Chiusi gli occhi. "Ci siamo", pensai. Ogni volta era così. Lo so, basta un sorriso, ma non ne sono capace.
- Non ho un motivo preciso per sorridere.-, risposi stancamente.
- Non credo ci sia mai un motivo, veramente. Solo la voglia.. o la decisione..-, rifletté a voce alta.
- Già, sempre la decisione.-
- Come si chiama? -
Odio il mio nome, sa? E' una cosa che mi porto dietro dall'infanzia..
- Severus.-, espirai. - Il suo? -
Presi un sorso caldo, aspettai.
- Odio il mio nome, fin da quando ero piccola.-, iniziò. Non era la risposta che mi aspettavo, ma andava bene.
- Titania. Il mio nome è Titania. Terribile, lo so.-, concluse, guardando in giro.
Aveva le guance porpora.
- Shakespeariano.. affascinante.-, valutai. Mi guardò torva, come se mi avesse rubato lo sguardo.
Mi sentii come una formica schiacciata sotto la suola in gomma di un mocassino. Stavo per alzarmi sul torace e poi morire per sempre. Strana la morte di una formica... shakespeariana, affascinante.

- Dicevo sul serio -, mi ripresi. - Io lo trovo un bel nome.-
- Io no, preferisco Tya. Lei ha qualche soprannome? -
Mocciosus, Mocciosus, Mocciosus.. Potter ride, Black è dietro di lui. Andate tutti al diavolo, maledetti.
- Nessuno che mi piaccia.-, troncai il discorso.
Starnutisce.. di nuovo.. Ha preso troppo freddo.
- Bene, Tya, vuole farsi una doccia e cambiarsi? Ha preso freddo, le verrà qualcosa.-, suggerii, portando via le tazzine.
Sul lavandino c'erano ancora i piatti del giorno prima, il frigo era mezzo vuoto, la spazzatura da buttare.
- Ho disturbato anche troppo.-
La sua voce era cambiata. Non era più squillante, ma dolce e velata, quasi più profonda, più bassa.
Era una sorta di calamita, qualcosa di attraente, senza motivo. Mi avvicinai. Aveva tempo per scappare, ma rimase lì, appena appoggiata alla tavola.. Non guardarmi così, non così, non così..
Senza pensarci, poggiò le sue labbra alle mie.
Mi ritrassi.
- Vada a lavarsi, starà meglio.-
Si passò appena la lingua sul labbro sotto, sorrise.
- Grazie, mi lavo e tolgo il disturbo.-

Le feci vedere dov'era il bagno, presi degli asciugamani puliti. Per lei era come se non fosse successo niente, io mi sentivo come se stessi per morire.
- Le faccio asciugare i vestiti e poi li metto in una borsa, così li può portare via.-
- Non si disturbi, grazie.-
Non capii.. andava via con i vestiti inzuppati d'acqua, sottobraccio?
Me ne andai, lei lasciò la porta socchiusa.

Fuori era calata la sera, resa ancora più buia dal temporale. La luna era completamente coperta dalle nuvole, l'unica luce era il fioco brillìo dei lampioni investiti dalla pioggia.
Spensi le luci in cucina e in sala. Il mio adorato buio era spezzato dal fascio di luce dal bagno.. Provavo una strana attrazione per quella ragazza..
Senza nemmeno accorgermene, mi muovevo meccanicamente verso la porta dietro la quale si nascondeva.
L'acqua scrosciava forte e formava un denso vapore.

Dalla fessura aperta, vedevo la tenda della doccia e dietro l'ombra evanescente del suo corpo.
Socchiusi gli occhi.. da quanto tempo era che.. inumidii le labbra secche.
Quando abbassai le palpebre, credevo d'immaginare una goccia d'acqua calda che seguiva il filo della schiena e scendeva piano, piano e moriva sulla linea del fondoschiena.
La pelle liscia era tempestata da minuscole gocce che lasciavano scie su ogni invisibile solco dei muscoli nascosti.
Volevo toccare quella pelle umida, toccare la carne che assorbiva quell'acqua.

Silenzio. L'acqua era stata chiusa e lei usciva dalla doccia. Riaprii gli occhi.
Non avevo notato il pallore della pelle, né la snellezza delle gambe, né i fianchi stretti.
Chissà com'era prenderla..
Si avvolse nell'enorme asciugamano e prese ad aciugarsi i capelli lunghi. Nemmeno quello avevo notato.
Mi appoggiai allo stipite della porta per un attimo e sorrisi. Era troppo piccola, non sapeva quello che voleva, ecco cos'era. Tornai in salotto e guardai fuori dalla porta finestra. Buio, lampi silenziosi, pioggia, un tuono lontano..
E il suo riflesso nudo dietro di me sul vetro.

Non si era asciugata del tutto; in alcuni punti la luce distante dei lampioni illuminava la pelle bagnata.
Mi girai verso di lei. Era un'ombra nel buio assoluto, ma i suoi occhi scintillavano.
Sorrisi. Non so se mi vide, ero controluce. Chiusi gli occhi. Respirava piano, piano come un serpente.

- Cosa vuoi? -, le chiesi. Non ero imbarazzato, né contrariato. Non so nemmeno io cosa fossi.
- Non lo so -, mi disse. Aveva la voce ferma.
Feci qualche passo verso di lei, poi mi fermai.
- Quanti anni hai? -, domandai ancora.
- Ha importanza? -
Alzai le spalle. - Non ne ha.-
Si avvicinò lei, mi abbracciò. La strinsi anche io. Profumava di vaniglia.
Mi prese per mano, cercò i miei occhi nello scuro della stanza, li trovò. Sorrise e mi condusse nella mia camera.

Era da anni che non stavo più con una donna. E dopo tanto, era una giovane sconosciuta che aveva avuto bisogno del telefono e di una doccia. E forse di affetto, di amore, di un uomo, di un compagno, di un amante.
Mi chiesi se le formiche sceglievano compagni per la vita, o se nel formicaio tutto era comune.

Si mosse con gesti infantili, quasi con vergogna. Molte volte durante quella notte fui sul punto di dirle ch'era un errore, che non doveva farlo, che sarebbe stata solo sofferenza.. Ma l'attrazione era forte, per entrambi, e i suoi atteggiamenti imbarazzati non facevano che aumentare la passione.

Solo una volte disse il mio nome, quando l'invasi completamente e si avvinghiò a me con le braccia.
Guardai il suo volto, imperlato di microscopiche goccioline di sudore e corrucciato.
Sulla bocca schiusa le moriva una lacrima, che seppellii sulla mia lingua.

Quando mi svegliai, non c'era più. La mia tuta era perfettamente ripiegata sulla sedia.
Nella stanza c'era odore di vaniglia. Il cuore mancò un colpo.
Sospirai quando lessi il biglietto che mi aveva lasciato al suo posto:
"Ricordati che non c'è mai un motivo.. solo la voglia, o la decisione..".
Sorrisi. Tutto era nato con un sorriso.



FINE